Benedetta Pilato: elogio al fallimento – una riflessione per saper fallire tra Beckett, Leopardi e Jung

Qui su Radura Poetica, ogni tanto, ci piace uscire dai limiti più ortodossi della poesia e della letteratura per affrontare tematiche un poco esterne come, ad esempio, quelle sportive e trattarle, tuttavia, proprio attraverso un filtro poetico come già ho fatto in passato parlando di Lele Adani agli ultimi mondiali di calcio e di come il suo stile telecronistico asfissiasse la poesia insita nel calcio (leggi qui: https://radurapoetica.com/2022/12/15/asfissiare-la-poesia-lele-adani-ovvero-dellidolatria-del-superfluo/). Dunque, buttiamoci di nuovo nel mondo dello sport per osservare nuovamente come – al contrario di quanto se ne dica spesso a primo acchito – esso offra molte volte spunti di vita profondi che si legano alla stessa profondità di una riflessione, per usare un termine a cappello e comprensivo di tante sfaccettature, umanistica.

L’argomento che vorrei proporvi oggi riguarda la notizia che ormai rimbalza tra social e testate giornalistiche da due giorni a questa parte, in merito alle dichiarazioni a fine gara della nuotatrice Benedetta Pilato e, soprattutto, delle reazioni successive da parte di chi era alla telecronaca in quel momento. Inutile ora citare per esteso le dichiarazioni – che eufemisticamente definirei perlomeno improvvide – prima dell’inviata in diretta e, successivamente, da parte dell’ex atleta olimpica Di Francisca, anche perché ce le siamo trovate spalmate davanti in ogni modo in queste ultime ore. Quello che vorrei fare, superando la polemica e il polverone alzatisi sulla superficie della vicenda, è scavare più a fondo attraverso gli strumenti soliti che utilizziamo da sempre qui sulla Radura per comprendere meglio il mondo che ci circonda, noi stessi e gli altri.

Questo perché le parole e l’atteggiamento di Benedetta Pilato, dopo aver perso per solo un centesimo il podio nella sua prima gara olimpica a 19 anni, sono davvero una dichiarazione poetica:

Ci ho provato fino alla fine, mi dispiace, però le mie sono lacrime di gioia, ve lo giuro. Sono troppo contenta, è stato il giorno più bello della mia vita. Un anno fa non ero neanche in grado di farla questa gara. Ci ho provato dal primo metro. Questo è solo un punto di partenza. Il cambiamento mi serviva, mi ha aiutato tantissimo. Tutti si aspettavano di vedermi sul podio? Tutti tranne me.

Benedetta ha fallito? Sì, nel senso tecnicamente sportivo di non esser riuscita a centrare il podio nella finale dei 100 m rana per solo un centesimo; senza dubbio. Questo fallimento è stato percepito dalla stessa atleta come un disastro, un motivo di disperazione? È questo il salto poetico su cui si gioca tutta la vicenda per la nuotatrice e per l’esperienza che ha appena vissuto.


L’importanza delle parole di Benedetta sono nel prendere, da parte sua, coscienza del fallimento e guardarlo con occhi allegri, con quelli di chi sa che questo le darà la forza per proseguire il suo sentiero personale e, forse e probabilmente, rischiare in futuro di fallire nuovamente insieme a traguardi e mete che le auguro con tutto il cuore. Potremmo riassumere e traslitterare le sue dichiarazioni con una citazione ormai divenuta molto celebre, in particolar modo sul web di qui a qualche tempo, di Samuel Beckett:

Mai provato. Mai fallito. Non importa. Provare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio.[1]

Se c’è un veleno che dalla società nella quale viviamo ci viene instillato fin da bambini è proprio la “catastrofizzazione” del fallimento. Fallire in qualcosa è visto come motivo più o meno diretto (spesso quello indiretto e passivo è il peggiore) di disappunto da parte del mondo degli adulti, da parte di chi vuole mostrare ai più giovani di essere un individuo arrivato, fatto e finito – peccato si tratti di una baggianata bell’è buona – e che può vantare le sue mete nella vita (e abbiamo già discusso di quanto possano valere queste mete se non sono, come spesso non sono, appunto, autentiche: https://radurapoetica.com/2024/07/12/riprendere-il-sentiero-un-viatico-per-noi-stessi-quando-rischiamo-di-perderci/). Goccia dopo goccia, durante la nostra crescita verso l’adolescenza e poi verso il mondo adulto, questo veleno della disperazione si insinua in ogni vena, ogni ramificazione, fino a diventare un atteggiamento ripetuto da prassi: eccoci trasformati anche noi nei perfetti attori tragici del fallimento. Ma come deve avvenire questa recita? Quali sono le sue dinamiche?

Ci viene insegnato a percepire il fallimento come, appunto, una catastrofe, qualcosa per cui disperarci. Ecco allora il dover mostrare un atteggiamento contrito, rimesso e, se meglio riesce, anche delle lacrime disilluse – quelle, insomma, che chiedevano l’inviata in diretta e Di Francisca per capirci – salvo poi essere, tuttavia, redarguiti dagli adulti proprio per questa eccessiva disperazione: bisogna farsi forza, mettere da parte le lacrime perché la vita è dura – ci viene detto – poi una pacca sulla spalla per consolarci come premio per la nostra esibizione tragica, magari condita da un «Non preoccuparti, si risolve tutto: andrà meglio la prossima volta» e pronti per il prossimo palcoscenico.


Benedetta, agli occhi del mondo adulto, ha commesso l’errore – poeticissimamente ingenuo e degno di lode, direi io – di saper invece gioire del fallimento, prenderlo per quello che è: una parte essenziale del cammino di ognuno di noi e, anzi, ben più presente con le sue avversità rispetto ai momenti di riuscita, di gioia e assolutamente necessario proprio per arrivare a questi ultimi. Cosa dovremmo fare se non abbracciare le nostre cadute con amore, per poi renderle il terreno da cui far fiorire le nostre mete future? Con questo, ovviamente, non intendo dire che un fallimento debba essere percepito mettendo al bando, di riverso, la tristezza: tutt’altro. Semmai, una tristezza consapevole, una sofferenza che sa vedere la gioia che si nasconde sotto la sua scorza se perseguita con cura attraverso il tempo.

Questo atteggiamento venefico da parte della società, di coloro che vantano la patente – piuttosto scadente, spesso, mi permetterei di osservare – di adultità ha a che fare, a mio avviso, con un pattern ben stabilito a livello psicologico, emotivo ed esistenziale, che soprattutto nella nostra società degli ultimi decenni si è esacerbato ancora di più. In tal senso, prenderei a spunto di nuovo delle parole di Jung, dato che il Libro rosso è una mia intensa lettura di queste settimane:

Se non abbiamo profondità, come possiamo giungere alle vette? Voi invece temete la profondità, e non volete ammettere di temerla. È però un bene che voi abbiate timore, si dice a voce alta che voi abbiate timore. È saggio avere timore. Solo gli eroi dicono di non averlo. Sapete però cosa succede all’eroe.[2]

Qui Jung, in breve, allude all’immagine archetipica dell’eroe come a quel simbolo di perfezione che noi da sempre socialmente imitiamo ma che, nella via per raggiungere il nostro vero Sé, dobbiamo “assassinare” per trovarci di fronte a ciò che rifiutiamo: l’imperfezione, appunto, il fallimento ed ogni cosa più abbietta. Solo abbracciando la nostra imperfezione e i nostri punti critici possiamo metterci su un sentiero davvero unitario e fecondo: convincerci di essere perfetti ed eliminare da noi ogni aura negativa è solo una recita, un’imitazione, e ci conduce a un’instabilità emotiva che esploderà, appunto, di fronte ai numerosi fallimenti che la vita ci ha messo, ci mette e ci continuerà a mettere di fronte salvo essere poi redarguiti per la nostra eccessiva disperazione da quegli adulti che ci hanno instillato proprio questo culto eroico anzitempo. Capite, insomma, l’assurdità di questo costrutto sociale al quale – soprattutto chi come Benedetta Pilato deve porsi davanti ai riflettori dei media – dobbiamo quotidianamente sottostare?


Quale può essere la nostra risposta a tutto questo? Come sfuggire dalle maglie di una recita insana che mina per prima la nostra sanità emotiva e non solo? La risposta, a mio parere, risiede ancora una volta nella poesia, nella sua capacità di essere genuinamente e ingenuamente (come dicevo sopra, nel senso positivo del termine) smaccata nei confronti dei costrutti sociali e di saper cogliere l’essenza stessa dell’esistenza. E, ancora una volta, il buon Giacomo Leopardi – le cui etichette pessimistiche sono state a lui addossate proprio da quella critica letteraria “adulta” (qui nel senso negativo del termine) che ancora oggi pesa crudelmente sulla sua opera – viene a darci una parola risolutiva.

Siamo alla fine del suo libro più caro, le Operette morali, nello specifico nel Dialogo di Tristano e di un amico. Per contestualizzare brevemente, Tristano qui rappresenta l’alter ego biografico di Giacomo, il quale viene interpellato da un amico che vuol sapere se ancora egli professi le sue idee filosofiche, letterarie, poetiche etc. espresse in particolare nel suo ultimo libro – che dalle persone a lui intorno sono state bollate come pessimistiche e false – oppure che finalmente si sia deciso ad abbracciare il clima di positività fiducia nel progresso e nel futuro del secolo «decimonono». L’allusione biografica, qui, è al rifiuto che Giacomo dovette subire da parte della critica letteraria del suo tempo proprio alle Operette morali, definite estremamente ed eccessivamente pessimistiche forse a causa, meschinamente, dell’infermità fisica dell’autore. Il tono della risposta di Tristano (e quindi, indirettamente ai suoi critici, di Leopardi) è fantastico: si spertica in una lode ironica e prosaica sulle bellezze, le profonde verità filosofiche del grande «secolo decimonono» tranquillizzando l’interlocutore di aver certo abbandonate quelle sue folli idee di un tempo, così buie e senza speranze. Al che, quando l’amico (dopo un pò) capisce l’ironia di Tristano, subito lo redarguisce che sarebbe stato «disprezzato, come poco intendente della filosofia moderna, e poco curante del progresso della civiltà e dei lumi»[3] ma il protagonista non sembra farsene un gran problema. E, alla fine, l’amico lo rincalza con la domanda proprio sulle sue idee e sul suo libro tanto oltraggiato:

Amico. Ma in fine avete voi mutato opinioni o no? e che s’ha egli a fare di questo libro?

Tristano. Bruciarlo è il meglio. Non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici […][4]

Tristano/Leopardi, di fronte agli scherni che la società “adulta” gli presenta per le sue idee presuntamente pessimistiche, risponde con quello stesso sorriso genuino ed ingenuo di Benedetta Pilato, con una battuta in coda inoltre che mostra la tranquilla e stupenda consapevolezza di chi sa e accetta i propri fallimenti momentanei, cosciente che il sentiero è lungi dal terminare e le mete inattese sono ancora di là da venire, anche e soprattutto attraverso le cadute e le sofferenze, ma non attraverso vuote disperazioni. Potremmo dire che, a distanza di qualche annetto, ha avuto ragione proprio il buon Giacomo sul suo stesso conto e, ne sono certo, lo avrà anche Benedetta, alla quale auguro di essere viandante autentica del proprio sentiero, non perdendo mai la capacità di elogiare col sorriso i propri fallimenti di fronte agli eroi adulti che le punteranno il dito contro: fallire bene per riuscire meglio nella propria Radura.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 31 luglio 2024

[1] Samuel Beckett, Worstward Oh, 1883, traduzione propria.

[2] Carl Gustav Jung, Il Libro Rosso – Liber Novus, edizione studio, a cura di Sonu Shamdasani, Bollati Boringhieri, Torino, 2012, p. 56.

[3] Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico, in Operette morali, Rizzoli Libri S.p.A, Milano, 2016, p. 602.

[4] Ibidem.

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