Tre poesie da Gli specchi interi sono tutti uguali di Isabella Paola Stoja

Non ci chiese moneta alla soglia,

bastò il sangue a ricevere il marchio.

Ci legammo così ad una voce.

 

L’orto macero d’ossi

esalava radici,

terribili i frulli nel vento

cucito alla terra ferita.

 

Ci guardammo sperduti –

tremore di sterpi e di rovi –

la selva era casa di specchi,

dannata a rifrangere

volti e timori.

 

Capimmo che il nostro destino

era unirci alla cupa invetriata,

alternare il riflesso alla voce

ingannarci, smarrirci

e cercarci.


L’eterno non vale un addio.

Lo sa la casa bianca nell’arsura,

lo sanno il mare e i suoi fantasmi

lo sa l’aria di sale

che brucia le cicale tra le imposte

fisse al muro.

Lo sa il cancello nero

che chiude il camposanto.

Lo sanno i morti più dei vivi,

lo sa quel nome sulla lastra,

che tace come tutto il resto.


Tra la rotaia e il filo

forse si regge il senso

d’una partenza e d’un arrivo.

 

Si sgranano rosari e coincidenze

nella sacralità, prima del fischio,

delle panchine cariche d’attesa

dove nessuno è ancora chi ritorna

o chi si avvia.

 

Basta l’indugio a farmi meno dura,

il tempo che non punge

finché non passa il primo treno.


A leggere i testi di Isabella Paola Stoja si avverte, verso dopo verso, la sensazione abbastanza nitida di trovarsi all’interno di uno spazio narrativo, di un ambiente cantato definito con cura dove il lettore si muove insieme alla voce che lo descrive. Nelle tre poesie tratte dalla sua ultima silloge, Gli specchi interi sono tutti uguali (Eretica Edizioni, 2026) che oggi ospitiamo sulla Radura, l’autrice riesce in maniera efficace a delineare con forza visiva delle tappe di un vero e proprio cammino con i suoi luoghi, i suoi riti taciuti o trasmessi sottovoce gli uni con gli altri tra spazi urbani e selvaggi, a metà tra soglie liminali e presenze insistenti. Si può davvero parlare, allora, di una poetica dell’atmosfera: una in grado di definire – senza sviarsi nella descrizione prosaica ed eccedente dal metro – nella scansione di poche sillabe un’immagine, una visione e le sue venature cromatiche e sonore. Il risultato è, appunto, la lettura di un viaggio costruito sul verso.

Ed è proprio lì che si muovono dei protagonisti sottintesi dall’io-cantore di sé stesso, contratti dentro la ricerca di un destino, di un marchio da ricevere per scontarne, allo stesso tempo, il prezzo lungo il proprio cammino nel mondo. Ogni luogo diventa l’occasione, allora, per ristabilire costantemente delle coordinate quasi ontologiche per sé stessi: dalla rotaia alla casa, da un cancello all’orto si distendono dei tracciati dimenticati che debbono essere riscattati dalla parola che li raggiunge lungo la via percorsa da chi, poi, la parla. Pure, il sentiero è soglia di fraintendimenti, di rifrazioni luminose e oscure di specchi che chiedono indugio e ancora ricerca. Capire il proprio destino, dunque, è capire il fraintendimento della ricerca continua, dell’inganno posto su ogni soglia e di chi si smarrisce nel momento in cui si allontana da lei. Ma la ricerca deve continuare: ancora un altro luogo, un’altra parola, un altro destino nascosto al suo interno.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 4 novembre 2026

Viandante, voltati sul sentiero e leggi le recensioni precedenti:

Lascia un commento