Salve Regina
Non so che pensi di me,
ma vorrei tanto saperlo:
se dentro ai tuoi occhi io sono
la Madonna nera
col cuore trafitto di spade
e un giaciglio di paglia per letto
-rifugio del peccatore-
o la stella scarlatta dell’alba
che offre la fiamma alla Terra
mentre tradisce il Creatore.
Soltanto so che ti voglio come
una madre vuole il figlio, finché
il seno si riempie fin sopra l’orlo
e poi implode.
Come la furia del sangue che
al freddo ti accende le gote.
Come chi vuole tutto
e non ha niente.
Lo so e non vorrei saperlo.
Benedetto il frutto del mio ventre.
Forse così non ti piace
I.
A volte ancora ricordo
quel giorno santo del tempo
in cui portavo una parte di te.
A volte ancora ci penso e mi mordo
per assaggiare la malsana idea
della tua carne addosso alla mia.
E quando l’ostia della Luna piena
si erge fin sopra all’altare celeste,
dentro la mente ti svesto per sempre
e con le mani ti sento e ti imparo.
Verbum panis
Verbum caro
factum est.
II.
Forse così non ti piace,
ma il tuo sorriso è la punta del dito
con cui la notte mi scavo la pelle
fino a sentire il sapore del sangue.
E quando un rivolo rosso lo tinge
io me lo porto alla bocca e ti mordo
io me lo porto alla bocca e ti bacio.
Ometeotl
Uno, due.
Pieno, vuoto.
Ho sognato un non-mondo,
la stasi prenatale del cosmo.
Poi hai imposto le tue mani:
una, due e il suo doppio e
la vita mi è esplosa di bocca.
Come fiume in mezzo al seno,
dall’argine del ventre
tra le scapole del cielo.
Morte, vita.
Calma, caos.
La tua essenza è germinale
nel silenzio della notte,
sotto l’alba che risorge.
Sei un pensiero senza perno.
Il vento che non vedo, ma
è dovunque io sia stata e sono.
Il vuoto che m’inghiotte,
perché voglio averti tutto
e non si può.
En la nada está todo
En lo uno están los dos.
Avvicinare la visione, il simbolo spesso disgiunto nel mondo e riportarlo al mondo stesso, il proprio e quello degli altri, è spesso un sentiero difficile da percorrere, specie se intessuto all’interno di quello della parola. Ed è questa l’operazione lirica che Midori no Hohi porta avanti nelle tre poesie che oggi si distendono tra i cespugli e gli alberi della Radura, offrendoci uno sguardo ed un esempio incisivo tanto nella narrazione quanto nella struttura dei versi di ciò che può significare rincorrere un’immagine lungo il linguaggio, strapparla dalla nicchia dove era riposta per incastrarla in una nuova forma, un nuovo corpo.
È, infatti, proprio l’aspetto corporeo, quasi fisiologico a dominare i versi dell’autrice attraverso i quali si distende quasi, verrebbe da dire, un’incisione di simboli arcaici e divini, citazioni extra-linguistiche di altri tempi e spazi sulle membra dell’io che canta e narra la storia più antica eppure più vera e profonda del mondo. Quella ad un tu, ad uno spostamento della presenza, al desiderio di un riallaccio nei giorni e dentro sé stessi. Nel corpo proprio e tra i corpi dell’altro. Dualità che si fonde in modo alchemico, dicevamo, con il simbolo stesso (l’Ometeotl azteco, principio supremo del doppio e della creazione) dando luogo a un’affluenza lirica del piano spirituale in quello terreno. Ecco, il risultato più interessante dei versi di Midori no Hoshi è senz’altro quello di saper rielaborare l’icona, gli εἴδωλα di ciò aleggia ancora sopra e sotto il proprio sentiero – tanto nello spazio quanto nel tempo – dentro il corpo dell’io, nelle forme e negli altri che il suoi occhio scorge: tramutarli in prodigia da poter toccare e ricordare, nominare e cantare, se necessario. Così, le immagini vengono riposte o scritte sulla propria pelle per tenerle con sé: un modo di darsi delle traiettorie di erranza, di segnare la propria esistenza accanto a quella di un altro.
- Paolo Andrea Pasquetti, 21 ottobre 2026
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