Vorrei solo non essere…
Qua.
Provai a nascondermi dalla luce, avevo avuto sempre la paura che in qualche modo avesse potuto coinvolgermi.
Giocavo a nascondino con le formiche.
Se mi fossi finta inerme, inesistente o anche solo irraggiungibile, forse avrei potuto essere libera. Le urla erano ovattate dalle mura, anche se sottili, e la porta che si sovrapponeva tra i miei genitori.
Il litigio proveniva dalla cucina.
Mi scaraventai sul letto, il mio stomaco emise un ronzio impercettibile, eppure lo percepii così sordo. Per un attimo strinsi i denti e smisi di respirare per paura che potesse essere sentito anche dai miei. A stento, quella sera avevo messo un boccone in bocca prima che sentissi i passi sul pianerottolo e, poi, il campanello.
10 minuti.
Mio padre era tornato a casa con dieci minuti di anticipo, il circoletto aveva chiuso prima perché la moglie del proprietario lo voleva a casa a un certo orario e la mia cena era saltata.
Ormai, avevo perso il conto.
La cena era un lento sipario in tre atti sulla decadenza di un uomo di mezza età, troppo vecchio per i fastidi moderni ma giovane nelle sue testarde convinzioni; una moglie incurante e velocemente appassita e infine quello che sembrava essere l’essere ombra di una figlia. Il tutto troppo spesso finiva in una progressiva escalation di urla.
Attesi, al buio, senza la mia ombra ma con la testa sommersa sotto il cuscino. Alle 22:30, si percepiva il fruscio dei vestiti stesi della vicina. Con il tempo, avevo imparato a riconoscere le abitudini notturne del mondo fuori. Quasi tutte le sere allo stesso orario aveva l’abitudine di stendere il bucato
-Di giorno, i miei vanno a scuola e mio marito a faticà; quindi, faccio la lavatrice la sera-le avevo sentito dire, un giorno, alla vicina di sotto.
Poco dopo, passò anche il consueto ragazzo sullo scooter 50 nero, incappucciato e con scaldacollo; vestiva sempre allo stesso modo, identico a tutti gli altri giorni e faceva sempre lo stesso giro.
L’abbaiare di quei tre-quattro cani del palazzo e il rumore meccanico accompagnato dal tonfo del carrello segnava l’arrivo dei netturbini. Si adoperavano a raccogliere i rifiuti, le luci lampeggianti, il motore acceso mentre il tizio prendeva i bidoni. Ci impiegavano sempre 15 minuti per svuotare il tratto circostante, ma puntualmente mattina dopo era peggio di prima.
Sentì mio padre spegnere la tv, alzarsi dal divano e dirigersi dritto in camera, concludendo la sua giornata. La mia routine salva vita.
Era piombato di nuovo il silenzio.
Attesi qualche secondo e mi alzai. Pian pian, infilai le pattine e con cautela aprii la porta della mia stanza. Sgattaiolai in cucina, sperando che la mia cena fosse ancora in frigo.
Non essere a casa.
I rumori mi davano terribilmente fastidio. Ogni minimo suono eccessivamente alto, invasivo e frastornante era fonte di turbamento.
Sentivo le orecchie fischiare fastidiosamente, il medico l’aveva definito l’iposensorialità, a me sembrava una tachicardia. Conservavo circa dieci paia di auricolari in borsa per ogni esigenza.
Avrei preferito vivere in periferia, mettere radici in silenzio ma abitavo in centro con tutti i suoi eccessi e i suoi pellegrini amplessi quotidiani. Ero cresciuta qua, abitavo nello stesso palazzo e camminavo negli stessi identici luoghi da 19 anni.
‘Si prega di non oltrepassare la linea gialla’ la stazione di Museo non era particolarmente affollata, eppure le distanze tra quelle poche persone occupava tutto il binario.
La metro stava arrivando, una folata di vento agitò le shopper dei passanti. Seguì un fischio acuto e lentamente la metro si fermò. Un via via di gente riempii per pochi secondi il binario.
Quasi, era il tempo tra me e le mie fughe immaginarie.
‘Non saprei dove andare’
‘Non saprei dove iniziare’
Dopo qualche secondo, le porte si chiusero e la metro ripartì.
Era tutto finito, un semplice, veloce e temporaneo momento. Mi abbassai le cuffie fino al collo appena fui certa di non percepire più alcun suono, mi alzai dalla panchina e presi le scale mobili.
Quando non avevo la benché minima idea di cosa fare, passavo le ore a mimetizzarmi alla stazione. Il treno passava ma non ci salivo mai, restavo sempre lì. Con il passare del tempo, avevo memorizzato gli orari, le pause e i movimenti.
Credo che fossero tra i pochi momenti che dedicavo al mio silenzio, all’essere invisibile in mezzo ai transiti e chiunque in ogni treno.
Ma chiunque.
Grezza.
La mia casa era grezza.
Il mio nido era essiccato eppure la mia stanza continuava ad esistere. Le mie cose possedevano la mia inanimata memoria, o, semplicemente era loro che ramificavano in me la loro presenza. Ero cresciuta in mezzo alla menzogna di essere protetta. Non capivo di che color ormai fossero le stanze, erano sbiadite così velocemente come la mia crescita; sommerse dal fumo.
Erano case vecchie, si sentiva tutto, eppure, i vicini non si erano mai affaccendati a buttare giù le pareti sottili, neanche per curiosità. Ognuno si faceva i fatti propri e io crescevo fuori dal silenzio tra l’alcool, il gioco e le botte.
In quella casa condividevo lo stesso spessore del muro, sottile.
-Ma’, lo scarico di nuovo non funziona? -il mio tono neutro si perse tra lo sbuffo mentre guardavo la tazza del water ‘Quanto avrei voluto buttarlo con la testa’
-Stasera gli diamo un occhiata-mia madre evitava sempre di pronunciare il nome di mio padre quando non c’era. Mi ero convinta che fosse per me, un sottile atto materno ma con il tempo avevo capito che era un atto di lucidità personale. Sigillava i pensieri e costruiva il suo spazio, l’unico lusso di quando era lucida. Come darle torto.
Indirettamente mi aveva allattato come una bambola ma con il coltello sul ventre. Ero la sua croce e la sua ossessione, una estensione di lei e di quel binario che non aveva mai preso ma allo stesso tempo non appartenevo alla sua carne ma all’altra.
-Usa la bacinella con l’acqua-la sentivo fumare, faceva dei lenti e lunghi respiri. Quando non affogava l’esistenza nel gioco, scaricava la tensione tra un pacchetto e l’altro.
Feci scorrere e gettai l’acqua nel water, era la seconda volta in un mese.
-Se esci, puoi passare in farmacia a prendere le compresse? –
-Le compresse? –
-Le pasticche per dormire, so che le prendi anche tu – rimasi in silenzio, era l’unico tacito segreto non rivelato che condividevamo. Si alzò dal tavolo e tornò dopo qualche secondo con dei soldi in mano. Tacita, li presi.
-Non fare tardi, lo sai-.
Novembre era sempre stato un mese a pezzi, senza nessuna previsione. Una mela marcia morsa in un unico punto. Nessuno l’aveva più toccata.
Camminavo per Napoli per consumare le scarpe, ritardare il mio rientro. Le mie spalle erano finte, mi muovevo per finta.
Con il resto dei soldi, mi ero comprata un pacchetto di sigarette. Ero da quasi un mese che non fumavo. Solo i passanti attorno avrebbero potuto tradirmi come i giorni indietro. Ogni volta era la stessa storia. Risi, pensando a quando fossi a stupita mentre promettevo al cielo che sarebbe stata l’ultima ma i giorni svanivano e il cielo si rubava tutte le mie promesse.
Scesi gli scali mobili della metro di Toledo. Con il tempo, mi ero abituata alle luci e a silenziare il ventre in sussulto per il fastidio. Era diventato il mio spettacolo, la mia più grande confessione a questa pancia ormai vuota.
-Nina- qualcuno mi sventolò una mano davanti.
-Nina- mi tolsi le cuffie -Non ti ricordi di me? Sono Federica-.
-Abitavamo nel parco quando stavo a Rosa- la bocca era piccola; eppure, era così ferma nelle sue parole. Mi ci volle qualche minuto per ricordarmi di lei.
-Ciao Federica…non ti eri trasferita? – mi tornò in mente una silhouette asciutta e una coda alta per paura dei pidocchi.
-Sono tornata giù per il funerale di mio zio, rimango qualche giorno-
-Condoglianze- tenni stretti i denti.
Condividevamo le stesse strade, io e Federica. Trascinavamo le stesse gambe; eppure, eravamo invisibili nella condivisione di tutto il resto che non fosse il nostro corpo in movimento. Eravamo state compagne di fughe, io che scappavo dal nido, ogni volta sperando che il tratto fosse sempre più lungo, lei che correva per vedersi già grande, lontana da quei quartieri troppo stretti.
Abitavamo di fronte, stesso cortiletto ma due accessi diversi. Il suo balcone era più ampio e la sua casa dava sempre l’impressione di essere la più bella, soprattutto quando l’addobbavano per le feste.
Ma i tuoi invece di litigà, non si vanno a coricà? – mi salutò un giorno. Mi spiegò che anche i suoi litigavano, le regole a casa erano rigide, non si poteva neanche entrare in casa con le scarpe, le dovevi prima pulire, sistemare e mettere le pantofole, mai a farti vedere scalza che la madre tirava certi ceffoni. I litigi a casa sua, erano silenziosi, dovevano essere così altrimenti la gente parlava. Per questo avevano scelto la casa con le mura più spesse.
-I tuoi so’ vecchi, non c’hanno voce- bisbigliai, i suoi genitori erano persino più vecchi dei miei. Tutti nel palazzo conoscevano la storia dei Cesario.
La madre, Anna, aveva perso il primo figlio da piccolo, nessuno sapeva come ma probabilmente ammalato. Avevano provato ad avere altri figli ma non ci erano riusciti, c’era chi diceva che a sto’ punto anche il primo fosse figlio d’altri.
Federica era giunta nel palazzo, a 5 anni con dei genitori vecchi e già una storia cucita addosso, la bambina adottata dai vecchi.
-A volte mi inquieta-
-L’altare del figlio loro, intendo- l’altare di Raffaele stava nella loro stanza da letto ma le sue foto erano ovunque.
Nelle nostre interazioni, più rare che occasionali, Federica diceva spesso che si sentiva osservata, aveva preso il posto di un altro. Quella casa era in prestito, era stata la culla d’altri e lei aveva fortunatamente e disgraziatamente preso il posto. Per questo voleva diventare subito grande, per fare ammenda della vita che ora stava vivendo in prestito.
A 11 anni, era andata via.
La sua famiglia si trasferiva dalla sorella minore della madre, per darle una mano col padre, ormai troppo vecchio.
Non ci eravamo neanche tenute in contatto, lei così come era venuta all’improvviso, era fuggita via, lontano, come la nostra promessa.
Qualsiasi cosa fosse successo dovevamo scappare via, prima o poi.
-Ma stai ancora in quella casa con i tuoi? -.
Negli ultimi dieci minuti di attesa della metro, mi aveva brevemente aggiornata sulla sua vita. Si stava trasferendo di nuovo, questa volta per andare al nord a studiare, la sorella della madre la stava aiutando a cercare una stanza.
-E tu? Quand’è che te ne vai? –
-Se rimani lì, invecchi come loro- una sentenza che per un attimo mi mise i brividi. Non avevo le catene, eppure sentivo le mani insensibili alle morse della lingua.
-Ora devo andare, è stato bello rivederti- mi salutò con un cenno della mano prima di salire in metro. Rimasi lì, sola, stretta a quella corsa.
L’avevamo fatto per una buona causa, io e lei, correre per farci largo e non tornare indietro.
Tra confessione e sepoltura
L’ultima volta che mio padre mi aveva dato uno schiaffo, ero tornata a casa all’alba. Mi ero trascinata con forza, esausta.
Mi aveva preso per i capelli, i suoi palmi pieni di vesciche mi graffiano la cute, la presa era così salda che mi sembrava di avere un cappio al collo invece che in testa.
-Poco di buono- aveva pronunciato come una sentenza, notando il mio stato alterato e il trucco sbavato. Avevo beccato il temporale nel cortile, proprio alla fine.
Mia madre ci guardava in silenzio, sull’uscio della stanza. La differenza tra noi due era chiara. Lei provava a dimenticare, il mondo nascosto dietro di lei, senza la volontà di afferrare quei quattro ricordi sparsi per casa.
Lei ne aveva subite di percosse e alla fine aveva imparato ad evitarle.
C’era, ormai, solo la polvere.
‘Mela marcia’.
Io, invece, ero la mela marcia lasciata sul tavolo da ombre sbiadite, ma anche se ci provavano, non potevano schiacciarmi. Ero pur sempre, il loro frutto.
Guardavo mio padre, tacita era la mia bocca, la pelle dolente. Ormai, non urlavo più, non davo aria ai polmoni. Le sue mani erano rosse, bruciate con tutta la mia vita appesa a lui. Probabilmente lo percepiva dall’aria, quell’ atmosfera morta in mezzo a noi, la mia fuga nascosta. Era stata la prima volta in cui mi ero imboccata di coraggio e avevo provato a non tornare. Da sola con la promessa di accarezzare all’aria il mio corpo. Non c’era nessuno, solo i cani che ringhiavano e la strada. Ma, invece di scappare, avevo vomitato tutta la notte. Le mie gambe erano crollate, si erano accasciate su quella strada che adesso volgeva indietro.
Era la prima volta che avevo provato la solitudine di non essere con nessuno. Non riuscivo a trovare pace, a fidarmi di me stessa. Non capivo quando nella mia esistenza si fosse insidiato l’immobile paura di non poter sopravvivere. Forse, come mia madre che si era arresa da tempo, ero nata senza amore. Insolente era stato il mio tentativo di prenderlo in prestito.
Spensi a metà la sigaretta, una volta entrata nella stazione.
-Posso sedermi? – mi guardai attorno mentre una vecchia continuava a guardarmi, il dito flesso ad indicare il posto vuoto sulla panchina a quanto a me.
-Prego- c’erano altri posti, il binario era quasi vuoto ma aveva deciso di invadere il mio spazio. Il senso di protezione era qualcosa che ancora non riuscivo a comprendere pienamente.
-Perché ti piacciono tanto le stazioni? –
-Ci conosciamo? – mi ritrovai ad osservarla, tutto di lei mi sembrava completamente estraneo, dalla perla all’orecchio, al briciolo di rossetto consumato sulle labbra sottile, fino alle pieghe sotto gli occhi incappucciati. Aveva, tuttavia, ancora un lucente color castano.
– No, non direi ma mi è solito vederti in giro- tentò goffamente di strizzarmi l’occhio. Probabilmente era una passante abituale come le facce che alcune volte, incrociavo.
-Cerco semplicemente di passare il tempo-
-A me aiuta molto la preghiera; se mi fosse concesso vorrei tornare indietro e pregare di più-
Vederci soffrire non ci fa onore, preferivamo fuggire.
-La preghiera è un atto d’amore, una promessa che ho fatto tanti anni fa a una persona, è il mio modo per amarlo di più-la sua mano tremò, le dita si muovevano a spasmi ma gli occhi erano pieni d’amore. Liberi di essere ancora giovani.
-All’epoca, sono scappata e ora sono tornata per dirgli addio. Ricordo ogni centimetro della sua pelle, la mia memoria funziona soltanto così, è tattile, ho bisogno di sentire- strinse il bastone che teneva con sé mentre gesticolava.
La mia memoria aveva la rigidità di un gusto vuoto.
-Ci ritrovavamo ad ogni corsa, ogni treno e ad ogni incrocio, poi l’hanno sparato. Ho pianto fino a consumarmi il viso, ho odiato il Cielo e sono scappata-.
A poco a poco, il binario stava iniziando ad affollarsi.
-Ma non si può odiare, senza ferire qualcuno e io stavo ferendo entrambi, me e lui. Buon Dio, abbi pietà di me- si fece il segno della croce.
-Ho ricominciato da zero, ad amare, pregare e andando avanti-. Si alzò a fatica quando giunse la metro.
-Le serve una mano? – scosse la testa e avanzò verso il treno. La guardai salire mentre rimanevo seduta immobile. Il tempo non l’aveva mai invecchiata ma nessuno tornava indietro.
Un ricordo tattile
Questi giorni di pioggia non li contavo più, le luci erano ovattate, i palazzi d’ombra e la notte più veloce. Mi chiedevo dove fosse l’interruttore per fermare quelle gocce che rendevano il tempo sterile. Stavo diventando sterile, impolverata dagli strati bui della mia stanza. Non mi ero mai sentita infante, eppure avevo rinunciato ai sogni di crescere in fretta. Avevo sepolto le mie aspirazioni e mi ero denutrita da ciò che accadeva. Un ultimo ricordo, un respiro gentile che non riesco a mandare via. Lo scarico del water ancora non funzionava, bisognava chiamare l’idraulico
-Ma dove se ne trova uno bravo a un prezzo onesto? – aveva argomentato mia madre -Dobbiamo aspettare lui, se bisogna chiamare qualcuno-
Quella casa poteva cadere a pezzi e nessuno avrebbe cambiato lo stato delle cose, tranne mio padre. La sua autorità sembrava circondare l’intero pianerottolo.
Uscii dal bagno, scalza, l’unico nudo privilegio che mi ero concessa insieme alla chiave della mia stanza che i miei genitori facevano finta di dimenticare.
-A quante schedine stai? –
-Un paio – appoggiata al tavolo, mia madre era intenta a grattare con la moneta da 50 le schedine. Sul tavolo ne erano ammucchiate un paio, quasi una decina gettate alla rinfusa.
La fortuna era di chi spera col core forte e per chi è debole, decade in ossessione.
Era il suo unico sogno, vincere per essere forte, per tornare a essere una donna matura e non una poco di buono che spendeva continuamente i suoi soldi nel gioco d’azzardo.
Era fortunata, doveva essere fortunata, almeno per mezza volta. Una volta ci era andata così vicina, la prossima volta poteva andar meglio, perdere non era niente, bastava giocare ancora.
-Devi buttare questa roba prima che torni- non mi ascoltava nemmeno, il ciglio si corrucciava piano, piano che uscivano i numeri. Anche oggi, non aveva vinto. La fortuna è sacra ma lei era un’eretica.
Mi misi le scarpe, presi le cuffie e chiusi lo zaino
-Non torno per cena- chiusi a chiave la porta della mia stanza.
L’aria era fredda, i movimenti erano diventati letargici. Avevo quasi perso la sensibilità alle dita mentre mi strofinavo le mani prima di prendere il biglietto. Alcuni ragazzi parlavano animatamente per le scale, si muovevano con foga come gorilla. A un certo punto iniziarono a correre, insieme a loro anche gli altri intorno scesero di fretta le scale. La metro era appena arrivata.
Scesi anch’io le scale e percorsi il corridoio, quando giunsi al binario, le porte si erano appena chiuse. La metro era partita, lasciandomi indietro.
-L’ultima corsa dovrebbe passare tra 15 minuti- mi girai verso l’unico straniero, oltre a me, presente sul binario.
Lo ignorai, probabilmente non l’avrei neanche preso.
-Hai fatto lo zaino a quest’ora… non è sicuro andare via- bisbigliò sottile con la testa fissa sul foglio da disegno. Solo quando me lo fece notare, ricordai dello zaino. Lo avevo riempito alla rinfusa, velocemente, con qualche soldo e quelle poche cose materiali da cui non riuscivo a separarmi. Strinsi la chiave della stanza che tenevo in tasca.
-Marc Augè definisce i non luoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici. Sono luoghi di transito, concentrati solo sul presente. Sono costeggiati da una moltitudine di persone ogni giorno, eppure sono anonimi, una collettività senza identità- la matita si muoveva veloce sul foglio color panna dello sketch-book.
-Ne sono sempre stato ispirato, ovunque andrai, sarai solo di passeggio fin quando non ti fermi-. Mi sorprese a spiare il disegno, era un ritratto di una bambina seduta sulla panchina di una stazione.
-Ci sono strade che non scegliamo ma possiamo sempre scegliere quando è arrivato il momento di andare via- fermò la matita sul foglio e alzò lo sguardo verso di me.
-Sei giovane, hai tutta la vita davanti- strappò il foglio, si alzò dalla panchina e si allontanò verso l’uscita, lasciando il disegno lì.
-Treno in arrivo, non oltrepassare la linea gialla- guardai il tabellone, le scritte rosse in movimento annunciavano l’arrivo della metro.
Identità transitorie
In questo ultimo gesto, porgevo il corpo in avanti. Pregavo in tacita confessione insieme al vento. Non lo avrebbe saputo nessuno a parte, forse soltanto i cani che avevano accompagnato le mie notti insonni.
Strinsi stretto il foglio a me.
Non avevo mai capito cosa potesse esserci là fuori ma per una volta, potevo essere fortunata…almeno per una volta.
Mi tolsi le cuffie prima che giungesse la metro. Stavo compiendo un atto codardo; eppure, stavo mantenendo una promessa. Non sapevo a quale versione di me dar retta. Mi sentivo persa, ero inciampata in mura troppo strette.
Ero sola, in bilico.
Non sapevo da quando avevo progettato di scappare, avevo perso il conto di tutte le volte che l’avevo immaginato ma il perché fosse oggi, quel giorno, non me lo spiegavo ancora.
Avevo lasciato un bigliettino, sotto il cuscino di mia madre, magari avrebbe seguito le mie orme.
‘Non preoccuparti, seppellisci a terra come una figlia morta e prova ad amarmi mentre sono libera’
Era un atto di fede essere in transito.
Adesso, invece, ero ferma lì con i piedi a terra. Novembre avrebbe custodito l’immagine di quella casa. Probabilmente non sarei tornata più. Promisi a me stessa di non farlo.
Avevo il cuore pesante ma avevo bisogno di continuare a vivere prima di appassire. Immobile, avevo perduto tutto, anche la capacità di parlare, solo le gambe mi erano rimaste.
La metro arrivò davanti a me, mossi finalmente un passo mentre le porte si aprivano.
Entrai, adagio
Non ci sarebbe stato nessun ricordo di me, i miei giorni sarebbero morti mentre le mie gambe fuggivano lontano.
Ero nata per andar via, in mezzo al dolore.
Solo la stazione avrebbe conservato la memoria del mio passaggio.
Un atto di fede
- Un racconto di: Elena Piscopo
In copertina: Claude Monet, La Gare Saint-Lazare, 1877.