la luna e il sole
nel principio instancabile del creato
scavano sul sentiero amato
quel solco d’erba e pietre
che sfacendoci calpestiamo
risvegliando ogni volta
ciò che sarà
ciò che non è mai stato.
nello squarcio del temporale
le stelle notturne riaffiorano silenziose
un’alba tardiva sfiorando i muri
esce come naufrago dal mare
la vita è ancora qui
dove riposa in una goccia.
quanti passi
quante orme restano
correndo con l’anima nuda
sapendo che è solo per una volta
aspettando nuove albe
cercando il principio della luce
trasparente si chiude quel vivere
desiderio impossibile il suo mistero
quando tutto fa silenzio
a nominarlo è l’oblio.
Fare in modo, anche, che la parola possa inseguire la luce e cantarla, narrarla mentre accade e disvela le cose. In tal senso, le tre poesie di Michele Toriaco che oggi scopriamo tra i cespugli della Radura, tratte dalla sua raccolta Tutto illumina (Eretica Edizioni, 2025) già dal titolo, prima ancora che dal contenuto, invitano chi legge a questa esatta operazione di rincorsa di ciò che brilla, saperlo narrare per sé e per gli altri. Proprio per questo, la forma di ogni componimento non può che darsi, quasi, in una strofa rappresa: come rappresa è la luce che appare davanti all’occhio dell’io/autore che abbaglia tra un lampo ed un altro. Un abbaglio che lascia sotto la lingua, ogni volta che si tenta di dirlo, il sapore amaro e ferroso di un oblio che riposa sotto ogni gesto, ogni atto che tenti un racconto dell’evento.
Eppure, nel canto, la lingua trova quello strano compromesso dell’immagine condensata in due versi, in un ritmo che riesce ad esprimere – anche se solo e sempre in parte ma, appunto, felice proprio per questo – ogni momento di ogni raggio sul quale il proprio giorno si è trovato, di punto in bianco, a disvelarsi insieme ad ogni altra cosa. Far parte di questo disvelamento nella luce, dunque, sembra essere ciò che più preme alla voce che si incorda tra questi versi: un far parte che riesce proprio perché nasce dalla consapevolezza di non poter (né volere) possedere quell’atto luminoso e fuggitivo ma – esattamente e in virtù di questo – assorbirne un piccolo segno per dargli durata nella mente e nel corpo, durante il proprio viaggio. Qualcuno potrebbe dire che non c’è un guadagno, nel farsi bastare un abbaglio: Toriaco ci mostra, al contrario, che forse lo sguardo è posto con troppo riguardo per il proprio passo invece che per il sentiero del mondo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 22 ottobre 2025