Tre inediti di Giousè Zanello

Soli di maggio appesi distanti
davanti al balcone coperti con l’afa,
coperta d’estate. Risate – il piazzale
si gonfia – è tronfia la vita bambina si gioca:
una palla, un ginocchio sbucciato.


Tastare il caldo a boccate dischiuse
a risate socchiuse le ciglia serrate
le ossa vissute imparano presto
il sapore dell’aria pesante e del vento
più dolce, presente, costante nel corso.


Due soli scherzando: ancora ti penso.
Mi manchi gettata nel fondo dell’acqua
e risali ogni volta, ogni curva, ogni segno,
ogni ciglia riporta un disegno:
era un piccolo quadro, un acquerello di vele.


Il tuo nome è invecchiato. S’è strizzato
tra i fogli e ho pensato sarebbe bastato per farlo tacere.
Scaffali distanti lo tengon scomposto,
decentralizzato dal posto rispetto cui trovo quello
distorto quelli degli altri, che esigui, contando in avanti
come a volermi schiodare dal luogo di partenza
parlano d’assenza, nostalgia, parlan di poco.
È invece la latenza del nostro contatto a tornare,
a significare il senso sincero. Il tuo nome, Beatrice,
è mio come fosse il mio davvero. Come se il mondo
d’un tratto si fosse ritratto alla tua sostanza: uno scatto,
una vita portata alla stregua: l’ignoranza dei piccoli gesti
che ancora mi permette di amare il tuo nome.


Castelli


Trattiene il respiro mozzato e sospeso il musco salato
sta appeso a una goccia si cala dall’alto.
Riporta equilibrio – nel silenzio – l’eco cieca
del sordo rumore ricerca di ozio la pietra
invecchiata al sentire i licheni abolire le ore
e i pensieri, cristalli tagliati di istanti.


A passi contati inferiti
al tempo passare
e riprendere il filo mozzato
il respiro assestato al fianco
del sacro ornamento. Momento
di stasi, tormento l’odore;
un incenso che arde e si perde
quel sapore di antico che passa, si perde,
ripassa.


Rilassa le membra un ombra cucita sul muro di sopra.
Nell’insenatura si trascura un dettaglio
particolare, – un abbaglio – velluto che geme
e spogliatosi un seme (una foglia) avanza
maestoso di buio. La Contessa
di tratto fa un passo ad entrare.


Filetti intrecciati
capelli dorati
e perline lucenti le senti
cantare su tasti balzati
per caso. S’impone col passo
in un lasso di luce che oscura
la luna rispetta codesta figura
che di grazia dirompe nell’atrio, si rompe


il sottile sentore di pace. La corda si è tesa
e l’attesa ha spaccato il contatto dei corpi. L’odore
del gelso riempie le dita e di vita si muove
la stanza se spogli il profumo melenso
da note e colori. Di fuori si ascolta un soffio cantare
uno squillo che tace, poi fioco ripara lontano.


Incedi nel buio sottile.
Riprendi il percorso
e d’aria più ostile sigilli
ogni fiato, chiarore riflesso
amarsi, alternarsi in questo
tuo avanzare.
La luce si appanna.
Quasi, mi sei vicina.


In questi inediti di Giosuè Zanello che oggi trovano corpo e voce nella Radura l’io si fa vistosamente cantore di sé stesso, dei suoi segni e dei suoi drammi interni fondendoli, tuttavia, all’interno di un’estetica (verrebbe da dire) ben definita: non è solo, infatti, l’immaginario a volte ora più vistosamente fiabesco ora più chiaramente lirico quanto, semmai, la decisione dell’atto linguistico dell’autore che sceglie di darsi in un ritmo continuo, una danza strofica che non nasconde il sapore di un racconto che sembra ancora al di qua dal termine. C’è, in tutta questa operazione, il ricordo di sé stessi ma anche il modo in cui esso si confonde con ciò con cui e in cui viene ricordato  a sua volta: il risultato è una filastrocca del proprio mondo, del proprio sguardo disperso nel tempo e nello spazio delle immagini bianche del foglio che si ricromatizzano guarda caso nell’atto stesso della (ri)lettura, ridando vita al racconto.

Non conta, all’interno di questo sentiero narrativo e poetico, la sfasatura tra un castello dislocato nelle corde di una fiaba e il ricordo di un balcone estivo intrappolato nel mondo: la voce del proprio cantore (che è sempre e comunque l’io di cui e per cui si canta) assorbe ogni cosa in una melodia pensata per offrire all’orecchio del lettore un rinterzo del suono, un riaccordo delle cose nella scelta dei lemmi ora più in alto ora più in basso sulla linea del lessico stesso. Così, il punto di arrivo di ogni testo non sarà certo in un guadagno concreto per il mondo: semmai (e meglio) l’apertura ogni volta di un altro che sul primo si innesta, si eleva e consola nelle immagini poste in offerta ad ogni accordo della voce che, ogni volta, sceglierà di narrarlo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 15 ottobre 2025

Rispondi