Sembra una statua
legata al tronco
di quel vecchio albero
rimango in silenzio
a guardarla
chissà da quanto è lì
sembra una cosa
sola
in quel parallelo con la corteccia
una ninfa
con l’anima legata
alla linfa
non riesco a smettere
di guardarla
i piedi trascinano le radici
lungo le cosce
sento
come un tonfo di mela nel petto
come un miracolo di Irminsul
iniziano a trottorellare nel respiro
due larve d’amore
non riesco più a smettere
di guardarla
all’estremità del tronco fianchi
affiancati
dalle dita stalattiti
le ferite d’accetta sui polsi
verdi vene
di
verde intenso
denudate
dall’ultima luce raccolta
il midollo linfatico
ligneo paradiso
verso le distese più ricche di gemme
il seno un florilegio primitivo
le ascelle
lasciano intravedere
una visione pollicina di muschio
e dei rami festanti
che ritornano al fruttuoso collo
dai battiti raminghi
il rintocco delle foglie
ad ogni espirazione
detta l’andamento della luce
su quelle labbra appassite
cedute al silenzio
e sale
dalle guance piene di semi
o parole
pronte a germinare
segue il percorso sopra il naso
arriva
avvolto da una resina bianca
lo sguardo
mi avvolge
mi spinge
verso un segreto abisso color ghianda
e vedo
qualcos’altro
___
Il marrone è verde
scavo
scavo
scavo -sembra quasi fatto di mollica- scavo
scavo -una frase si imprime salvifica- scavo
scavo
scavo
scavo
scavo
piuma ipogea-tracce radioattive-linfa di nana bianca
___
ciò che rimane dell’albero-bestia
quanta vita racchiusa nel fondo
sino alle radici la ascolterò
nel sonno delle sue foglie
cenere per i giardini di Adone
___
una luminosa città di legno
l’ho trovata
mia Silvana è qui
vibra nelle orecchie
flebile la mia voce
in ogni dove
la verità è questa
dev’essere questa
si apre sboccia
undici petali d’alba
il futuro
la verità
si realizza nell’iride
è questo quel mondo?
___
SE N’È ANDATA
SE N’È ANDATA
SE N’È ANDATA
i bambini giocano a fare i naufraghi
tra il colore dei suoi capelli
Ogni canto, se in un certo grado “attento”, è sempre un fondersi con il mondo. Ce lo mostra bene, potremmo dire con una certa sicurezza, Gabriele Giuliani nella poesia che oggi ospitiamo con piacere sulla Radura: è evidente, infatti, l’autore utilizzi la parola, il verso come tentativo di uno scavo costante al fondo delle cose. Ed è, questo, un tentativo che procede – all’interno dello spazio nella struttura che si viene a formare sulla pagina – a strattoni: un metro che strattona lo sguardo, afferra la lingua per costringerla a dire nel modo più intenso la visione di fronte. L’io, in tal senso, diventa testimone tanto attivo nel raccontare la visione stessa quanto passivo, appunto, nel subirne la fusione panica che questa per lui disvela con la forza del mondo.
Se si accetta un simile sacerdozio con le apparizioni nel bosco del proprio sentiero, non ci si può certo sottrarre a invischiarsi fin dentro con esse nel midollo vivo e scuro del luogo che si abita in quel momento. La poesia in tale frangente diventa esattamente questo, senza troppi orpelli retorici – e la citazione all’albero cosmico si astrae bene da questo rischio – mostra il prezzo da pagare col proprio corpo, la propria lingua e la mente se si accetta di vedere “attentamente” il dono ambiguo e schivo che offre tra le fronde, tra le cortecce che intaccano i contorni delle forme conosciute. Nello sfarfallio che precede il suo svanire, la visione parla e va accolta, inghiottita con tutto ciò che contiene per trovare un ascolto più accorto, più accordato alla linfa che scorre tra le cose insieme a sé stessi: se c’è, in tutto questo, un guadagno, una cifra per l’occhio da riscattare la risposta sembra continuamente posposta a una verità che non si può tradurre sempre e solo sul momento, per l’io che la vive fondendosi con–in essa. Si tratta di attenderne lo sboccio, prepararle il terreno col canto.
- Paolo Andrea Pasquetti, 17 settembre 2025