Una poesia di Gabriele Giuliani

Sembra una statua

legata al tronco

di quel vecchio albero

rimango in silenzio

a guardarla

chissà da quanto è lì

sembra una cosa

sola

in quel parallelo con la corteccia

una ninfa

con l’anima legata

alla linfa

non riesco a smettere

di guardarla

i piedi trascinano le radici

lungo le cosce

sento

come un tonfo di mela nel petto

come un miracolo di Irminsul

iniziano a trottorellare nel respiro

due larve d’amore

non riesco più a smettere

di guardarla

all’estremità del tronco fianchi

affiancati

dalle dita stalattiti

le ferite d’accetta sui polsi

verdi vene

di

verde intenso

denudate

dall’ultima luce raccolta

il midollo linfatico

ligneo paradiso

verso le distese più ricche di gemme

il seno un florilegio primitivo

le ascelle

lasciano intravedere

una visione pollicina di muschio

e dei rami festanti

che ritornano al fruttuoso collo

dai battiti raminghi

il rintocco delle foglie

ad ogni espirazione

detta l’andamento della luce

su quelle labbra appassite

cedute al silenzio

e sale

dalle guance piene di semi

o parole

pronte a germinare

segue il percorso sopra il naso

arriva

avvolto da una resina bianca

lo sguardo

mi avvolge

mi spinge

verso un segreto abisso color ghianda

e vedo

qualcos’altro

___

Il marrone è verde

scavo

scavo

scavo -sembra quasi fatto di mollica- scavo

scavo -una frase si imprime salvifica- scavo

scavo

scavo

scavo

scavo

piuma ipogea-tracce radioattive-linfa di nana bianca

___

ciò che rimane dell’albero-bestia

quanta vita racchiusa nel fondo

sino alle radici la ascolterò

nel sonno delle sue foglie

cenere per i giardini di Adone

___

una luminosa città di legno

l’ho trovata

mia Silvana è qui

vibra nelle orecchie

flebile la mia voce

in ogni dove

la verità è questa

dev’essere questa

si apre sboccia

undici petali d’alba

il futuro

la verità

si realizza nell’iride

è questo quel mondo?

___

SE N’È ANDATA

SE N’È ANDATA

SE N’È ANDATA

i bambini giocano a fare i naufraghi

tra il colore dei suoi capelli


Ogni canto, se in un certo grado “attento”, è sempre un fondersi con il mondo. Ce lo mostra bene, potremmo dire con una certa sicurezza, Gabriele Giuliani nella poesia che oggi ospitiamo con piacere sulla Radura: è evidente, infatti, l’autore utilizzi la parola, il verso come tentativo di uno scavo costante al fondo delle cose. Ed è, questo, un tentativo che procede – all’interno dello spazio nella struttura che si viene a formare sulla pagina – a strattoni: un metro che strattona lo sguardo, afferra la lingua per costringerla a dire nel modo più intenso la visione di fronte. L’io, in tal senso, diventa testimone tanto attivo nel raccontare la visione stessa quanto passivo, appunto, nel subirne la fusione panica che questa per lui disvela con la forza del mondo.

Se si accetta un simile sacerdozio con le apparizioni nel bosco del proprio sentiero, non ci si può certo sottrarre a invischiarsi fin dentro con esse nel midollo vivo e scuro del luogo che si abita in quel momento. La poesia in tale frangente diventa esattamente questo, senza troppi orpelli retorici – e la citazione all’albero cosmico si astrae bene da questo rischio – mostra il prezzo da pagare col proprio corpo, la propria lingua e la mente se si accetta di vedere “attentamente” il dono ambiguo e schivo che offre tra le fronde, tra le cortecce che intaccano i contorni delle forme conosciute. Nello sfarfallio che precede il suo svanire, la visione parla e va accolta, inghiottita con tutto ciò che contiene per trovare un ascolto più accorto, più accordato alla linfa che scorre tra le cose insieme a sé stessi: se c’è, in tutto questo, un guadagno, una cifra per l’occhio da riscattare la risposta sembra continuamente posposta a una verità che non si può tradurre sempre e solo sul momento, per l’io che la vive fondendosi conin essa. Si tratta di attenderne lo sboccio, prepararle il terreno col canto.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 17 settembre 2025

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