Tre inediti di Elena Piscopo

Alba

 

Ricordi mammà, le unghie sporche di terra

Fotografavo le impronte

Radici di mancanze nascoste dietro la porta della mia stanza.

Nessuno poteva entrare, tranne la polvere degli anni.

Il mio essere si è perso

Ingarbugliato senza maniche

Impotente, smilzo, scheletrico.

 

L’attesa del silenzio che trova riparo negli angoli spogli.

Le macerie avevano i segni degli scarponi

I litigi plastici entravano in scena come ombre sulla porta.

Le grida si muovevano come mostri ai piedi del letto.

Non so di chi ho il volto

Se del tuo dolore – inginocchiato in posizione fetale –

Oppure del mio disprezzo – sacrario di parole mai nate.

 

Mi hai sepolto sottoterra,

Le mani a coppa

A raccogliere i semi

Abbiamo aspettato insieme

L’alba mai vista.


Storie di vite trasparenti

 

Involucri flebili di scheletri germogliati a tarda ora.

Risalgo tra i palazzi bruni di case popolari.

Ho sempre avuto il vizio di guardare nelle finestre altrui.

Entro silente, affamata di momenti.

Atteggiamenti vari,

                  voci sorde,

                  occhi avidi,

                  e viscere bellicose.

Fili di essenza in guerra.

Ombre di nidi spogli.

Mi nascondo tra i tetti,

corro impettita simulando scene quotidiane.

Abbandono il nido infante,

cresco adulta.

Imitazione di ricordi disegnati.

Mi consumo rapidamente.

Guardo a terra la mia ombra ancora bambina.

Chi sei, se non un semplice spettro?

Rumori di passi, una porta si apre ma su quel tetto non c’è nulla, solo un fiore trasparente.


Samba

 

Ex voto, si benedice il nido dei caduti. Si caccia di notte per alleviare gli incubi, si sceglie la preda barattando con le ombre il rifugio al sole. Mio nonno mi ha detto di ballare la samba per spaventare gli scorpioni. Tutti abbiamo fame; eppure, restiamo con i corpi digiuni. Con i polpastrelli ho delineato insieme alle formiche il percorso delle tue scapole. Ho perso il conto dei fiori che ho calpestato, ci si ama, giacendo sgretolati dalle case che abbiamo abitato. A mezzanotte si apre il sipario, la vocazione passa dal trionfo al pianto. Raccontami dei tuoi sogni, mi ha detto ma come si dipingono gli occhi di chi ormai non ha sogni? In mezzo ai boschi, ci rintaniamo dentro un alveare di plastica, i piedi a toccare le radici e i polmoni in apnea, nudi e pronti ci si sveste. Fa silenzio a teatro che è appena arrivato lo scorpione.


«In nova fert animus mutatas dicere forma / corpora»[1] è un proemio di canto, un principio di passo nel bosco che si intreccia in modo del tutto convincente agli inediti di Elena Piscopo che oggi trovano spazio e luogo tra le volte della Radura. Quello che sicuramente colpisce a primo impatto con la narrazione poetica di Piscopo è, appunto, la sua tranquillamente vistosa e assolutamente scorrevole capacità e intenzione di trasmutare il proprio verso in forme differenti, stili concentrici l’uno dentro l’altro senza, tuttavia, perdere nel mezzo del groviglio lemmatico il filo di rame che tiene il racconto di sé, degli altri e del mondo. C’è un certo gradiente di lusus, senz’altro, nell’operazione che l’io sceglie di mettere in atto ora nello scardinare il costato di una strofa, aprendola di lato, ora nel far colare il verso dentro lo stampo della prosa poetica, lasciandone intatto il tratto smunto, il ritmo a singhiozzo che si porta dietro nel metro che lo precede.

È un mondo infatti, quello cantato dall’io, abitato da inversioni all’interno dell’essenza delle cose, di nascite spente e piante plastiche germogliate per caso per sbaglio (o forse proprio per questo, per uno sguardo in attesa) sulle macerie di un sentiero che assorbe l’occhio e la mente del lettore in un viaggio – che è quello della voce narrante e del corpo che la contiene, corpo che sente e subisce il degrado costante che abita tanto a stento quanto con la forza del canto – che si rimette ogni volta al ricordo, al gesto più forte che si tiene in un angolo del sonno o nel terreno brullo dei propri anni passati. Da qui la necessità di mutarsi, mutare insieme la parola e la forma della voce che resta e si muove in tutto questo ondeggiamento del corpo e delle cose intorno: è un tentativo che procede col tratto del verso, lo strattone della punteggiatura strappata dal suo posto e l’incertezza della lingua più alta spinta a forza nel contorno di quella dei giorni più vicini all’orecchio. Ma è proprio il fluido continuo che muta la sua forma, di tratto in tratto, a dare un risultato, una linea di viaggio da seguire: accettare il compenso che deriva da un cambio, uno stravolgimento degli organi interni e della propria superficie corrosa, per trovarsi ancora in un altro punto, in attesa del dove in cui collocarsi di nuovo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 10 settembre 2025

[1] Ovidio, Metamorfosi, I, vv. 1-2.

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