Ora permetti che sia io
una semplice musa, la decima, una
tutta per i tuoi versi resi
alla bianca bocca della luna
per i tuoi diari di vento
per quei mille chilometri e altri cento
lontani e lontano dal mio canto
o pianto allegro che ti celebra
a denti stretti: non sarò altro
né bambolina cui far dono del nome
né di sirena è il mio abbraccio, ti slaccio
il sortilegio di dosso e sfato il mito
delira l’angelo demoniaco dal mio ventre
lascia che sia la decima musa, una statua
ai cui piedi inginocchiarsi e pregare
il Paradiso sopra il viso
Non saranno le mie
poesie d’amore
piuttosto di rabbia incendiaria
di visione e pudore
sono poesie di febbre
ardore nel nome che non oso
pronunciare, nel segno di non so
quale veggenza, stupore sulla lingua
del mare, l’onda che mangia la spiaggia
la tua bocca di sabbia
mi tocca e non mi tocca, mi scompone
di grazia tutta la faccia
Dovevamo essere noi
il quattordici luglio, durante
la presa della Bastiglia o quando
bruciandosi le dita qualcuno
estingueva l’ultimo fuoco
invece il tempo è trascorso
anni prima di imparare
involontariamente a fuggirti
e ti ho amato, conosco
la luce che intaglia il desiderio
ma siamo stati così a lungo lontani
e non so incontrarti se volti l’angolo
ai mercatini della città
né il tardo muro del pomeriggio
diventa di te l’immagine
casa nella mente di una donna
come pioggia torrenziale si dilegua
Verrebbe da dire senz’altro, leggendo le poesie di Alessia Iuliano tratte dalla sua ultima raccolta Dopo la favola (CartaCanta Editore, 2025) che oggi troviamo, qui e lì, tra le radici degli alberi della Radura, che il verso, la parola poetica dell’io affonda un piede (del ritmo e del corpo) in un mondo e contemporaneamente un piede in un altro che ad esso scorre parallelo nel tentativo – dopo un primo distacco – di un ricongiungimento, un riallaccio che leghi sé stessi e gli altri in un luogo proprio. E, pensando al titolo stesso della raccolta, viene quasi istintuale il richiamo a un amico per noi viandanti della Radura: Tolkien e il suo concetto di mondo primario della realtà e quello secondario delle cosiddette fairy-stories[1]. È, infatti, in questo spazio interstiziale della parola poetica, tra il mondo reale e quello di una favola alchemicamente diluita nella fiaba che Iuliano si muove in continuazione tra una strofa e l’altra, nel tentativo di (ri)costruire uno spazio, tra realtà interiore ed esteriore, da abitare e nel quale riconoscersi. Come detto sopra, questa operazione sembra però dover nascere da un primo – inziale e necessario – slaccio doloroso e dolorante dal mondo delle immagini, della magia, dei miti e degli archetipi che schiumano e si ribellano nel corpo dell’io che canta per questo taglio: un taglio che, però, si muove sincrono a quello operato dallo stesso mondo reale del quale, infatti, vengono narrati solo i ricordi rispetto a un presente che deve ancora darsi, offrirsi in un luogo stabile.
In tal senso, allora, i testi poetici diventano il tentativo (immediatamente successivo all’interno dello stesso atto poetico precedente di distacco e slegatura) di un riallaccio, una fusione tra mondo primario e secondario ora più maneggevoli tra le dita di chi stende le parole – perché passati attraverso il dolore della separazione necessaria al proprio sentiero – per fare in modo che quel solco, quell’interstizio tra i due mondi diventi uno spazio in cui (re)incontrare e (re)incontrarsi. Agli occhi del lettore questo tentativo di legare e slegare continuo e parallelo viene reso, da una parte, dalla ricercatezza di un ritmo – tra rime, assonanze e ripetizioni – che ricalca l’andamento della filastrocca, della storia da narrarsi da bambini mentre si è ancora adulti per osservarsi meglio e, dall’altra, invece e insieme, dall’irregolarità delle strofe, dallo sbiadire della punteggiatura che risillabano graficamente sulla pagina bianca (eppure colorata dalle numerose immagini tra favola-fiaba e ricordo) questo gesto alternato di unire e tagliare, trovando nel momento stesso di quell’atto una coerenza, una forma dalla quale ricavare nuovi contorni per il proprio volto che parla e dice ancora tra le cose di mondi diversi. Così, ritagliare parole reali e fiabesche dai rispettivi libri di sé stessi per ridistribuirle, incasellarle tra i versi all’interno di quello nuovo (di libro) nato all’interno più certo del proprio canto, diventa per l’io il punto di arrivo – nel suo bosco di muse, sortilegi, mercatini e muri pomeridiani – di quella parte del sentiero che ha percorso negli anni e, ora, in attesa di proseguire consapevole, però, di avere un luogo al quale ritornare, tra una svolta e l’altra lungo la via che attende.
- Paolo Andrea Pasquetti, 2 aprile 2025
[1] John Ronald Reuel Tolkien, On Fairy-stories, Expanded Edition, with Commentary and Notes, edited by V. Flieger & D. A. Anderson, HarperCollinsPublishers, London, 2014.
Crediti foto: Francesco Pascucci