Due inediti di Francesco Ferrara

La tua prima onda

Scompaio in te ultimo suono, vibrazione

increata al principio del mondo, quando

legata alla mia immagine la luce si ritrae.

Trascina con sé il nome che mi stanca.

Quello spazio senza forma di uomo, dove

mi attende da sempre la prima delle

numerose onde del mare, cristallizzata dal

mio dire mare. Il peso della terra non mi

lega all’alba che illumina la casa dove sono

nato, decifro i segni minimi della tua

presenza. Io in te, seme di mandorlo,

carezza affidata al sentiero che percorrevo

con passo di fanciullo. Grembo di madre,

rimedio alla nostalgia di te, ferito dal dovere di essere

ancora uomo tra gli uomini.

Ascolto la tua parola per guarire dal limite

impresso sulla mia carne, solitudine dei

giorni, ciclo delle stagioni. Il percorso che

ripeti. Esiste in me, fuori di me, le vite che

non ho avuto cadono come neve sull’erba.

Disegni in cristalli ciascuno diverso, lasciati

al mattino ora scorrono in rivoli uguali.

Per me ancora il mare, luogo del mondo,

dove tutto tace,

la tua prima onda.


Da est

L’attimo in cui tace il brusio della campagna

alla sera, gli alberi curvi sulle nostre ombre,

confuse dall’assenza di luci mortali. Il

sentiero di pietra vulcanica, tracciato da mio

padre, percorre una terra nera e familiare.

La luna segue le curve di materia in cui il

solco, appartenuto alla fiamma, si divide tra

i borri dei campi.

Lo scorrere tortuoso dell’acqua è il sistema

del mio sangue, il ristagno di vita che ebbe

nomi diversi, sassi raccolti alla partenza.

Nei giorni senza luna frugo ancora nelle

tasche con mani di uomo, ne cavo

un ciottolo antico, appartenuto alla memoria

del dio di mio padre.

Ricordo, dal fluire dell’acqua, il luogo dove

abbandonai la nostalgia dell’eterno. Spazio

di luce protetto da un muro in rovina, la

casa dove sono nato, fuliggine del libro

sepolto. Lascio su questa memoria la pietra

che ancora riluce nei giorni di pioggia,

quando l’arcobaleno tende il suo arco,

da est.


Oggi ospitiamo, tra gli spazi della Radura, due inediti di Francesco Ferrara all’interno dei quali sembra muoversi e dipanarsi una spinta narrativa densa e prolungata, capace di sapersi ritagliare i suoi tempi propri – all’interno del ritmo dettato dal verso – per raccontare lo spazio del ricordo. Ricordo, in questo particolare frangente, che si realizza nel più specifico ricordo di sé e (ancor di più) ricordo dell’infanzia dell’io, dei luoghi natii abitati un tempo col corpo giovanile ed ora con la mente riempita e appesantita dal tempo trascorso. La forma metrica nella quale questo continuo percorso a ritroso si realizza non sembra voler rielaborare il secondo nella sinteticità melodica di un verso tradizionale ma (come accennato in precedenza) sceglie, al contrario, di darsi attraverso una linearità narrativa, un ritmo allentato nei propri accordi fatto di frequenti pause, deboli e forti, che offrono e assimilano quella medesima dualità tra la visione nel qui e ora dell’io e quella, invece, memoriale dello stesso che dalla prima ineludibilmente scaturisce. In questo modo il racconto poetico procede e si alterna quasi per paragrafi distinti e allo stesso tempo collegati tra di loro, metricamente, da assonanze e ripetizioni mentre, tematicamente, dallo sfarfallio tra sguardo e memoria che li genera ripetutamente sullo spazio della pagina bianca della mente poetica.

E questa narrazione memorialistica trova il suo leitmotiv di fondo nel costante ritorno all’immagine, al ricordo dell’infanzia che sembra procedere verso quest’ultimo a strappi ogni volta che lo sguardo, all’esterno, si posi su un elemento che trasudi una traccia, un calore residuale da far rivivere. Questa iterazione mnemonica, graficamente e ritmicamente, si offre attraverso le ripetizioni lessicali di termini specifici – l’acqua, la casa, la pietra, il mare – che riguardano e risillabano proprio quella traccia del ricordo che serbano dentro di sé, pronta per essere riscoperta dall’io che guarda e, dunque, canta. Una ripetizione, in modo significativo, spesso duale, quasi a rielaborare lemmaticamente quella dualità tra realtà e memoria descritta sopra. E in questa iterazione, questo recupero, la parola arriva come farmaco, strumento di cura per l’io attraverso la quale poter realizzare e riallacciare un’unità, fuori dai limiti imposti, con un sé sbiadito dal tempo, in attesa di un ritorno ulteriore.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 20 novembre 2024

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