Eva
Si aggira
un poco circospetta
Eva nel giardino.
Qualcosa è cambiato
il giorno dopo la creazione.
Era un’anima limpida:
sentiva crescere i germogli,
avvertiva lontano
il suono degli anelli di Saturno
e le altre creature non la offendevano
-lei era tutte le creature-.
Non è un tuono
che la scuote
non un fulmine a percuoterla
solo comincia ad avvertire
una deviazione dalla sua essenza,
la colpa inflitta per aver preso corpo.
Le è già chiaro
che il serpente
farà di tutto
per impedirle
di cambiare pelle.
Eccentrica
Si è perso il conto
del mio tempo passato
nello spazio siderale.
Da entità energetica custode
ho percorso l’universo
come evanescente scia tra le galassie
secondo le rotte tracciate da Selene.
Nel moto perpetuo
ripassavo per orbite attraenti
e a cicli di anni luce
un globo verdeazzurro
destava il mio interesse.
La Pangea lussureggiante
di terre emerse
si distingueva dal turchese.
Non solo minerali
ma un vivo regno
macchia rigogliosa
che alzava le braccia al sole
e quella vista singolare
sorprendeva me
nutrita di infinito.
A distanza
brulicavano tutti diversi
dei corpi
-non essenze-
di materia palpitante
che mi prese brama d’incarnarmi
in forma differente.
Mi sarei congiunta a quegli eletti
per far parte di una schiera
…pur con altre prospettive.
Mi ritrovo ancorata
so dov’è il mio posto
mi riconoscono
appartengo
posso sentire.
Sento anche che la gravità mi opprime
mi avvilisce questa alterata centralità
peggiora l’umore.
Son qui
ma soprattutto altrove.
Sento un richiamo
a cui non so dar nome,
sento nostalgia
del mio nomade
ed eccentrico
vagare.
Tra i versi di Mina Gechi, nei quali oggi ci imbattiamo nel nostro consueto cammino verso la Radura e tratti dalla sua raccolta Eccentrica (Eretica Edizioni, 2024), si agita e delinea con l’impronta propria del canto quello che appare come un percorso di riscoperta interiore, un recupero della propria substantia soggettiva attraverso il confronto e l’assimilazione con modelli archetipici dell’anima femminile (da Eva a Selene, per intendersi e rimandare ai testi in questione). Il rinvenimento del sé tra gli angoli della propria discesa interna si traduce – tuttavia e attraverso le parole che ad esso danno forma – nell’immaginario di un viaggio esteriore e sidereo, tra pianeti e galassie del corpo e dell’anima accesi in una costante simbolizzazione con la propria interiorità riscoperta: è un cammino, appunto e proprio per questo, tanto a ritroso nel tempo quanto su una linea astronomica lontana e allo stesso vicina dalla terrestrità alla quale è connessa. Una sfasatura spazio-temporale che, tuttavia, si realizza, riunisce e ritrova in un qui ed ora inciso ed incastonato proprio dalla parola poetica che la narra, trasformandola in simbolo concreto e stabile.
E questa stabilità, coincidente con una rinnovata consapevolezza di sé, sembra assumersi il compito di bussola, ago magnetico sul quale orientare il proprio viaggio che – al contrario e proprio per questo – ha tutte le connotazioni proprie del vagare, dell’erranza scattante e nervosa tra deviazioni ed ellissi accelerate. La forma franta ed irregolare del verso, l’elisione intra-metrica costante della punteggiatura e l’accostamento di parole ora quotidiane ora archetipiche realizzano metricamente, appunto, la peculiare irregolarità di un percorso vagante: la discontinuità del ritmo quando si scontra con le poche pause, quasi impreviste, date da punti di sospensione e trattini, eppure tenuta assieme dal laccio di alcune assonanze infuse da un luogo all’altro del testo, offre lucidamente al lettore una raffigurazione ritmica e melodica del viaggio narrato dall’io. In questo vagare, esso si scopre e riscopre pervenendo, da un distacco tra tempo e spazio, ad un’unità rifiorita tra e con le cose del mondo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 6 novembre 2024
Un pensiero riguardo “Due poesie da Eccentrica di Mina Gechi”