Mi piace immaginare questo spazio lucente come un’estensione di braccia e di liberi volteggi d’aria che si incontrano lungo lo stesso cammino per condividere, di volta in volta, quel pane perennemente cocente che poi, briciola per briciola, verrà lasciato lungo il sentiero percorso: per i viandanti di ogni parte del mondo – scoprirlo sarà l’invito a proseguire la via – a volerne (spero vivamente) raccogliere sempre di più per raggiungere la Radura e unirsi, finalmente, all’abbraccio che riconnette a tutte le cose.
«Ci vogliono i riti»[1] dice la volpe al piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry.
[…] Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. [2]
Riportare nelle vostre vite quella fluidità etimologica di gesti e pensieri che appartiene al rito, al tempo stesso ben scandita da regole e ordini è per me, come anche credo per Paolo, un sentire che si rinnova con amore e costanza, è quel «guardare insieme nella stessa direzione»[3] che perfettamente si realizza e concretizza quando le nostre parole diventano le vostre e concime di crescita e riflessione.
Se darci abitualmente su Radura Poetica un appuntamento, in un giorno e ad un orario preciso, può gradualmente porre i presupposti per la fioritura di un legame d’affetto e fiducia, allora il mio desiderio è proprio quello di prepararvi il cuore alla bellezza dell’attesa, alla certezza che, almeno da parte nostra, ci sarà sempre un luogo di ritrovo e autenticità pronto ad accogliervi. E se già posso ritenermi ad un buon punto del processo di conoscenza e familiarità, oserei dire che avrete prontamente intuito che questo mio discorso, sinceramente ragionato fino ad ora, vuol essere un’opportunità per scendere più a fondo, per stringere tra le mani una materia ancora più densa e vitale. Ricominciare ad abituarci al rito, anche a partire da questi incontri di scrittura divulgativa e di condivisione, infonderebbe maggiore valore nelle realtà con cui interagiamo.
Se ogni giorno in momenti il più possibile puntuali ci concedessimo del tempo con noi stessi, dei veri e propri appuntamenti di intima e profonda raccolta, potremmo scoprire il potere miracoloso che la meditazione e l’introspezione hanno sulle nostre vite. Creare in tutti voi, così come in me, questo rito e questo spazio, donerebbe a quelle giornate difficili – intorpidite e incastrate nelle meccanicità – un sospiro, un senso e appagamento che deriverebbe anche semplicemente dal solo ricordo di quella serenità già assaporata nel silenzio dell’ascolto. È questa la fame che voglio accrescere in voi e insieme coltivare: riconoscere la crescita personale come la vera meta renderà più estesa e limpida la nostra visione del mondo e delle sue cose.
Il primo passo per raggiungere la Radura, la propria Radura, conservando nelle tasche quel pane che fa perdurare il viaggio e avvicina alla consapevolezza, è disincantarsi dalle apparenze per comprendere che, in realtà, non c’è passo da compiere ma stasi, discesa nel proprio Essere che eleva lo stato di coscienza. È nella presenza costante, nell’Adesso, che l’amore originario ricomincia a germogliare senza intralci risvegliando il nostro bambino interiore.
[…] La gioventù è visibilmente l’età destinata dalla natura alla maggior felicità […] [4]
Ancora una volta riprendere lo Zibaldone è illuminante per il mio sentiero poiché il pensiero del mio amato e fedele maestro e compagno di cammino, Leopardi, aggiunge altra terra buona su cui lavorare e vangare in profondità: se è nell’età giovanile che per volere di natura risiede la vera felicità, così come quella meraviglia capace di riempir tutta l’anima, è proprio in questa direzione che dovremmo rivolgere il nostro sguardo. Superando l’uso improprio e smoderato, parlare di risveglio spirituale è esattamente l’andare a scuotere quel fanciullino assopito che – non essendo contaminato dalla mente e dalla civilizzazione del pensiero – in modo appunto naturale ci può guidare verso l’amore puro e incondizionato. Riconnettendoci al nostro bambino interiore, allora, riaffiorerebbe quel «vago e indefinito»[5] che caratterizza qualunque essere umano, legittimeremmo tutte quelle sfumature innate che ci spingono verso l’infinito.
Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono ec. un racconto, una descrizione, una favola, un’immagine poetica, un sogno, ci piace e diletta, quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito: l’idea che ci desta è sempre indeterminata e senza limiti: ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell’età tien sempre all’infinito: e ci pasce e ci riempie l’anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. [6]
L’Essere per compiersi ed esprimersi in libertà ha urgenza di non sapere razionalmente e di lasciar andare la propria linfa dal crocicchio, di aprire i suoi rami verso i raggi del sole e l’infinito. Ogni superficie, campagna, suono e immensità che lambiamo con gli occhi si incontra e congiunge con la nostra stessa vastità: come onde restituite al proprio mare, quel diletto vago ed indefinito ci riporta alla nostra natura senza misura.
Giunti a questo punto del sentiero, accettare la totalità, le infinite contraddizioni dell’animo umano, significherebbe cessare di incolparsi quando, di fronte a due strade che divergono nel bosco – e qui ovviamente non posso non fare riferimento ai versi di Robert Frost – non riusciamo subito a intuire quale possa essere la via più giusta per noi. Se la crescita personale divenisse con fiducia quel Canto che ispira ogni passo, scopriremmo che c’è una strada meno battuta ad aspettarci che, però, al contrario di ogni comune aspettativa, ci rasserena dicendoci: «anche se sei un solo viaggiatore puoi al contempo percorrere più viottoli perché sei vago ed indefinito».
Se, per continuare sulla via semantica di Antoine de Saint-Exupéry, addomesticassimo il nostro udito, riusciremmo a percepire e sentire più vicine quelle «sacre sinfonie del tempo»[7] di Battiato, ad aprirci all’idea «che siamo esseri immortali / […] destinati a errare / nei secoli dei secoli, fino a completa guarigione»[8]. Come viandanti in questa vita terrena abbiamo la possibilità di errare, di vagare e perdere la via: senza confondere il tempo orario con quello psicologico (di cui parla ampiamente Eckhart Tolle), non sentiremmo più l’affanno per la stessa ricerca del giusto lavoro poiché ogni scelta, che si riveli più o meno in linea con noi, ci condurrà verso qualcosa di molto più grande trasformandoci, ciottolo dopo ciottolo, «fino a completa guarigione»[9].
Tuttavia in una società in cui, già ai tempi di Leopardi, «la più bella e fortunata età dell’uomo, la sola che potrebb’esser felice oggidì, ch’è la fanciullezza, è tormentata in mille modi, con mille angustie, timori, fatiche dall’educazione e dall’istruzione»[10] è chiaro che, anche ora, non si miri al risveglio delle coscienze.
[…] Musica, teatro, filosofia e ricerca della verità sono scomparse dalle aule perché sostituite da materie tecniche che possono creare più velocemente dei dipendenti.[11]
Concedere sempre meno spazio alle materie umanistiche, al mito, alla figura dell’eroe, la cui forza deriva dall’identificazione con dei valori appartenenti al mondo dell’anima, ci allontana gradualmente – scrive Salvatore Brizzi in Io sono il padrone della mia anima –dall’avere uno scopo elevato nella vita rendendoci delle macchine biologiche che dimenticano la propria creatività. Se «gli abitanti del pianeta sono stati esposti per millenni all’edu-castrazione, ai comandi ipnotici, ossia all’in-segnamento invece che all’e-ducazione»[12], come possiamo allora noi riaccendere quella Fiamma? Come da quel bambino interiore, rannicchiato nel folto della sua Radura, estirpare le cattive erbacce e false credenze per restituirgli la propria originaria condizione naturale?
[…] Non si possono cospargere d’amore, eroismo e onestà le folle come si fa con il verderame sulle piante, ma si può aiutare il singolo a trovare amore, eroismo e onestà dentro di sé. La trasmutazione del singolo spinge al progresso tutta la specie.[13]
Intraprendere un percorso di crescita personale, che diventi un rito e il fine stesso di ogni gesto e slancio, non si rivelerebbe, di conseguenza, un’utopia. La creazione di una scuola dell’Anima capace di ricondurre l’individuo all’Uno, a partire da una rieducazione di quelli che saranno i futuri genitori e insegnanti, potrebbe trovare già ora, in questo preciso momento, le sue fondamenta: tutto ha origine dentro di noi. In un sistema in cui si lotta per spegnere le passioni, per omologare il pensiero e renderci più governabili, una semplice estensione del proprio braccio verso quella vecchia libreria di famiglia, manifesterebbe un cambiamento rivoluzionario. Recuperare i versi dei poeti, dei grandi cantautori, i pensieri dei filosofi, ci incoraggerebbe a dialogare con la nostra umanità, a prendere consapevolezza, sotto loro esempio, del nostro corpo di dolore canalizzandolo attraverso l’arte.
Allora «guardando l’orizzonte, un’aria di infinito mi commuove»[14]: riuscire ad afferrare e stringere con le ciglia quel vago ed indefinito, svelerebbe il riallineamento dell’ordine di tutte le cose universali, di quelle leggi di natura che vogliono la fanciullezza come l’età più felice e distesa.
Attraversi il bosco
tiepido Aprile
consoli da sempre il viandante
Pensieri leggeri
si uniscono alle resine dei pini
si fa chiara la mente
come nuvola […][15]
Come un «tiepido Aprile»[16], una primavera risvegliata da uno stato di confusione e torpore, il nostro bambino interiore, quindi, potrebbe finalmente indicarci la via: passo dopo passo, ogni pensiero unendosi alle resine dei pini, renderà sempre più luminoso il cammino che conduce fino al centro dell’Essere.
E se siete ancora qui ad ascoltarmi, con la speranza di non avervi annoiato, il mio umile e più sincero consiglio, viandanti, è quello di godervi questo viaggio nel folto del bosco, di renderlo il vostro Rito perché, anche quando penserete d’aver perso la strada, come un Canto riecheggerà per riportarvi dove si apre la Radura: è lì che dovrete piantare l’Albero della vostra vita.

- Valeria Pasquarelli, 7 ottobre 2024
[1] Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, traduzione di Nini Bompiani Bregoli, Tascabili Bompiani s.p.a., Milano, 2003, p. 94.
[2] Ibidem.
[3] Antoine de Saint-Exupéry, La cittadella.
[4] Giacomo Leopardi, Memorie della mia vita, in Zibaldone di pensieri, Feltrinelli s.p.a., Milano, 2019, p. 953.
[5] Ivi, p. 913.
[6] Ibidem.
[7] Le sacre sinfonie del tempo, Franco Battiato, in Come un cammello in una grondaia, EMI Italiana, 1991, v. 1
[8] Ibidem, vv. 2-4.
[9] Ibidem, v. 4.
[10] Giacomo Leopardi, Memorie della mia vita, in Zibaldone di pensieri, p. 1036.
[11] Salvatore Brizzi, Io sono il padrone della mia anima – primi dialoghi con Victoria Ignis, Antipodi, Torino, 2020, p.141.
[12] Ivi, p. 140.
[13] Ivi, p. 145.
[14] Le sacre sinfonie del tempo, Franco Battiato, in Come un cammello in una grondaia, v. 5.
[15] Tiepido aprile, Franco Battiato, in Il vuoto, Universal Music, 2007, vv. 1-7.
[16] Ibidem, v. 2.