Ci sono cose che sono più di questa terra, più di questi luoghi a cui vengono assegnati nomi dagli stessi uomini che al principio erano sciolti e indistinti.
In noi esiste un passo di zolla che trema al Canto, al richiamo altissimo di un’Unità che però inseguiamo lì fuori, nella lontananza del mondo che non sa e che perdura in attesa.
Nell’abitudine è racchiusa la condanna e il miracolo e, dunque, diviene l’una piuttosto che l’altra quando si scopre l’arte del disimparare andando a sfidare leggi e civiltà. Si potrebbe scoprire un nuovo movimento del braccio, una torsione del corpo per fondere due anime o, ancora, si potrebbe abbracciare una nuova fede che diviene miracolo e migliore abitudine: forse, solo perché tramandata, non è giusta e sana l’ideazione di una ricerca che mira al Bello escludendo la centralità dell’uomo e che confida solo nella realtà esterna.
Salvarsi dall’arido vero, dunque, è davvero salvarci dall’altro o dovremmo scorgere nella fuga l’immensa responsabilità verso noi stessi?
Ti libero la fronte dai ghiaccioli […] e l’altre ombre che scantonano / nel vicolo non sanno che sei qui.[1]
[…] ed io me n’andrò zitto […] col mio segreto.[2]
Come leggiamo da alcuni dei versi più intensi di Montale, è un privilegio per il poeta il raggiungimento della verità sull’inganno della vita ma è, al tempo stesso, un sacrificio per la sua non possibilità di condividerla con «quegli uomini che non si voltano» e che preferiscono adattarsi all’arido vero pur di non mettere in discussione quelle certezze che da sempre hanno ritenuto come vere e che hanno permesso loro di non aver paura della loro stessa ombra.
Tuttavia, queste stesse parole piene nella loro forma e sacralità vivono, distese e immortali, sulla carta e sul palato come suono e resistono, nonostante il male e l’inganno, perché comprendono la chiarissima meccanica delle cose per cui tutto vuole il suo opposto per esistere in armonia universale. Senza il silenzio non potremmo udire il fievole sibilo della brezza del mattino, il gorgoglio del ruscello. Come talismano e preghiera il linguaggio nasce e accetta il patto.
La luce ha bisogno di ombre, la materia ha bisogno del vuoto e il bene del male.
Non sarebbe allora più giovevole lasciar andare ciò che sfugge e non si può governare e unirci, invece, al fluire catartico del moto che spinge nell’intimo dell’essere eternamente fecondo?
Quel che accade nello spazio e nel tempo solido, diversamente, ha condizioni liquide e mutevoli, continui cicli che si rinvigoriscono quando il ramo più non regge, il frutto cade e marcisce sul suolo. Una vita si spezza e una ad una spuntano le gemme aggiungendo alla terra foglie, altri rami che durano e parlano di memoria.
Come il poeta di Montale riconosce l’arido vero, anche l’uomo “risvegliato” è cosciente del male ma ha scorto un segreto per non affondare nonostante i timori: dissodare il proprio animo disseminando nuove verità e nuovi sentieri che conducano alla Radura dell’essere, nel profondo che svela e che dona quiete imperturbabile. È tutto lì racchiuso il Bello, è lì che dovrebbe nascere, procedere e rinnovarsi come corrente la continua ricerca. Unicamente in noi è la direzione che germoglia.
Ma non piegato insino allora indarno / codardamente supplicando innanzi / al futuro oppressor; ma non eretto / con forsennato orgoglio inver le stelle […][3]
Partito dall’ermo colle che gli apriva la strada dell’immaginazione, Leopardi compie un vero e proprio percorso di formazione che gli permette di dare a quella pars destruens iniziale una pars construens con la quale potrà accettare e affrontare l’arido vero.
Di fronte alla “natura” non dovremo scappare, supplicarla sperando che essa possa cambiare o sfidarla con atteggiamento superbo.
[…] Strinse i mortali in social catena, / fia ricondotto in parte / da verace saper […][4]
È una nobile natura quella del poeta che ha il coraggio di sollevare i suoi occhi mortali per guardare in faccia il destino comune degli uomini e, nonostante esso si possa rivelare acerbo, si fa portatore di questo «verace saper» da svelare al volgo per prepararlo a superare le avversità attraverso la catena della solidarietà. Abbracciando così la nostra parte più umana e condividendo con l’altro il nostro tenero esposto sentire potremo approdare in un porto sicuro, quello dell’Hic et nunc e affermare che, in quell’immensità, nonostante le increspature della superficie, il «naufragar è dolce».
Wendell Berry, poeta, intellettuale e contadino del Kentucky ci suggerisce un messaggio che potrebbe meglio guidarci nel muovere i primi passi verso questo percorso interiore senza fine. Strettamente a contatto con «la pace delle cose selvagge» più naturale sarebbe sostare nell’unico luogo che da sempre ci accompagna, più semplice lasciar andare «la disperazione per il mondo» e riposare tra le grazie del proprio animo:
Quando la disperazione per il mondo / cresce dentro di me […] vado a stendermi là dove l’anatra di bosco / riposa sull’acqua in tutto il suo splendore […] Entro nella pace delle cose selvagge […] Giungo al cospetto delle acque calme.[5]
Nel silenzio e nel folto del bosco ci si riallinea all’ordine delle cose: lì giunge un canto e «il giorno muta, gli alberi si scuotono»[6], una nuova luce più calma e primitiva ci consente di riconnetterci:
Vado tra gli alberi e siedo calmo. / Tutte le mie preoccupazioni si placano / attorno a me come cerchi nell’acqua. / I miei doveri sono distesi al loro posto, / dove li ho lasciati, addormentati come bestiame…[7]
Come la natura ha il potere di mutare il nostro stato, così noi potremmo riflettere il Bello in quell’arido vero, soprattutto accettandolo e correggendo il nostro atteggiamento di fronte alle avversità perché, come scrive sempre Berry, l’uomo tranquillo «niente spiega e niente difende»[8] . All’uomo tranquillo non interessa di affermare la propria supremazia sull’altro ma, come poeta-palombaro, unicamente di scendere negli abissi e scoprirsi felice per quell’inesauribile segreto:
Sogno di un uomo tranquillo / che […] conosce soltanto / in che luogo sbocciano i fiori selvatici / più rari, e che va, / e che si scopre a sorridere / senza il suo volere.[9]
- Valeria Pasquarelli, 5 agosto 2024
[1] Eugenio Montale, Ti libero la fronte dai ghiaccioli, vv. 1,7-8; in Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 1984, p. 150.
[2] Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un’aria di vetro, vv. 7-8, Ivi, p. 42.
[3] Giacomo Leopardi, La ginestra, o il fiore del deserto, vv. 307-310, in Canti, Bur Rizzoli/Mondadori Libri S.p.A., Milano, 2018, p. 617.
[4] Ivi, vv. 149-51, p. 603.
[5] Wendell Berry, La pace delle cose selvagge, in L’ordine della natura, traduzione di Paolo Severini in Poesia n. 258, Crocetti Editore, marzo 2011.
[6] Wendell Berry, I go among trees, in This Day – Collected & New Sabbath Poems, 2014, v. 20, traduzione propria.
[7] Ivi, vv. 1-5, traduzione propria.
[8] Wendell Berry, I dream of a quiet man, in A Timbered Choir: The Sabbath Poems 1979-1997, 1999, vv. 2-3, traduzione propria.
[9] Ivi, vv. 1 e 3-7, traduzione propria.