Riprendere il sentiero – un viatico per noi stessi, quando rischiamo di perderci

Questo non è il solito articolo di approfondimento poetico che voi lettori di Radura Poetica conoscete, avete letto e (spero) nel tempo apprezzato. Questo che leggerete assomiglia e vuole essere semmai un viatico di idee, un insieme di segni e materiali ineludibili per proseguire il percorso: perché sì, come avrete notato, il percorso appunto di Radura Poetica ha subito una brusca battuta d’arresto che risale oramai ad un anno fa, giorno più, giorno meno e in quanto creatore e – come piace definirmi per dare al tutto un tocco di familiarità nei vostri confronti – custode di questo luogo creato con tanto investimento di sentimenti, riflessioni e altro trovo giusto nei vostri confronti (come anche nei miei, dopotutto) dare qualche spiegazione, scevra da ogni retorica o giri di parole.

Accade a volte, nella vita, di intraprendere un sentiero che si sa, nel profondo del proprio sé, essere quello che più appartiene e dal quale nel tempo – se percorso con dedizione e cura – potranno nascere ai lati della via fiori assai rigogliosi come anche presentarsi svolte inaspettate ma non meno liete e cariche di possibilità da scoprire in seguito. Accade anche, però, che il sentiero che decidiamo di percorrere possa sbiadire, o meglio, legarsi man mano con altri sentieri che scorrono paralleli e che non ci appartengono, o almeno non del tutto. All’inizio non è facile accorgersene: ci sembra che, in fin dei conti, se la via scorre parallela essa porti probabilmente alla stessa meta e alle stesse occasioni di quella nella quale ci troviamo: anzi, sembra anche presentare un terreno più appianato, stabile per il passo e con meno rischi lungo il tragitto. Inoltre, altri viandanti o conoscenti incrociati sulla via additano con decisione e l’esperienza di chi la sa lunga proprio questa strada parallela che ci corre accanto, motivandone in maniera più che convincente i pro rispetto ai contro e alle instabilità del sentiero da noi seguito fino a quel momento. Dopotutto, perché non dare retta a viandanti più esperti di noi? Ma lo sono davvero, in fin dei conti?

A ben vedere, semmai e nel caso migliore, essi sono esperti del loro personale sentiero e non del nostro – e in che modo si potrebbe, in effetti, conoscere la via che un altro deve seguire? – mentre, nel caso peggiore, sono dei falsi viandanti: persone che a loro volta si sono lasciate convincere da precedenti e altrettanto falsi viandanti a percorrere sentieri non propri in nome della sicurezza, della probabilità per il futuro e via dicendo. In questo modo non sono più state dei viandanti: si sono trasformate più o meno lentamente in camminatori.


La differenza, tra viandante e camminatore, sembra minima ma il discrimine è in realtà fondamentale. Il viandante è colui che sceglie autenticamente di percorrere un sentiero perché sa nel profondo, nel sangue, nelle vene e nelle proprie parole, che si tratta della via da seguire per quel che ha da venire in futuro, concentrandosi però sull’oggi di ogni pietra sul cammino, di ogni svolta – anche e soprattutto quelle difficili e a primo acchito incomprensibili – e ogni incontro. In questo senso, citando ancora una volta Martin Heidegger che in qualche modo ha dato il nome a Radura Poetica ed è per me da sempre un maestro di pensiero, il viandante è colui che davvero si incammina nei suoi Holzwege: letteralmente «sentieri interrotti nel bosco» e, come spiega Pietro Chiodi nella sua introduzione al volume omonimo, essi «[…] sono quei sentieri che incominciano al limitare di un bosco e che, man mano che si inoltrano nel fitto, vanno sempre più perdendosi, fino a scomparire del tutto […]» [1] e continua così:

Ogni sentiero, in quanto cammino della ricerca umana, è, ad un tempo, via e sviamento, avanzamento e smarrimento. Solo i legnaioli e i guardaboschi, sapendo cos’è il bosco (d’un sapere che non é però «conoscenza» di un oggetto ma salvaguardia di una epifania), sanno anche cosa significhi trovarsi in un Holzweg: «guardaboschi» sono coloro che percorrono i sentieri del bosco preoccupati della sua custodia, cioè di lasciarlo essere ciò che è, di «salvaguardarlo» […].[2]

Parafrasando questa metafora nella nostra (da bravi poeti le metafore ci piacciono molto, dopotutto) il viandante percorre appunto un sentiero che non dà garanzie certe. Spiegandomi meglio, la sua via non porta a delle conoscenze oggettivamente valutabili per una vita stabile, come forse la società e chi lo circonda vorrebbe per lui attraverso una serie di compromessi da seguire che, alla fine dei conti, diventano delle gabbie di certezze da cui non poter più evadere. Il viandante è in cammino per scoprire sé stesso in maniera autentica, accettando le incertezze, le sofferenze e lo sviamento che questo comporta con il compito, però, di essere custode proprio della sua epifania personale, l’unica che può portarlo ad essere una persona realizzata in modo sincero.

Il camminatore, invece, è colui che rinuncia a tutto questo e, a bene vedere, non possiamo dargli torto: chi seguirebbe una via che allo stesso tempo può sviarci, che non offre conoscenze quantificabili o altro? Il camminatore sceglie di optare per dei compromessi, delle strade (e non vie) parallele, appunto: inizialmente questi compromessi sono più o meno simili a quanto un tempo esso aveva sempre sentito e voluto per sé ma, nel tempo, lo porteranno sempre di più ad una vita inautentica.


Questa premessa, forse anche un po’ lunga (ma per me necessaria) era per dirvi che io, in questi lunghi mesi, ho sperimentato proprio una sfumatura così lieve eppure così pericolosa. Ho rischiato – e per un momento lo sono stato – di diventare un camminatore di strade, non un viandante di sentieri. Ho scelto passivamente di dare retta ad altri camminatori per inserirmi man mano in una strada sicura e che, dopotutto, aveva per me il suo interesse (ma le cose che ci sviano sono quelle che, in fin dei conti, non appaiono mai così male, giusto?) iniziando così ad allontanarmi sempre più dal mio sentiero. La strada del camminatore è infida: perché all’inizio non ti sembra per nulla di allontanarti da dove eri, dal centro del tuo sé. Eppure sono quelle prime deviazioni che man mano divergono sempre di più: il rischio è ritrovarsi, dopo tempo, in un luogo completamento diverso; fuori dal bosco delle epifanie, insomma e dentro le città delle folle ammassate nelle grandi strade. Fortunatamente mi sono reso conto di questo quando mi trovavo ancora sul limitare del bosco e, credeteci o meno, proprio in quel momento mi è venuta in aiuto la lettura – dimenticata da tempo – con le parole di Jung:

Devi dire invece: «dovrei vivere la vita che potrei ancora vivere e dovrei pensare tutti i pensieri che potrei ancora pensare». Si direbbe che tu voglia fuggire da te stesso, per non dover vivere ciò che finora non hai vissuto. Ma non puoi fuggire da te stesso. Ciò che non hai vissuto resta con te in ogni istante e chiede soddisfazione. Se ti fai cieco o sordo di fronte a questa esigenza, sarai cieco e sordo verso te stesso. In tal modo non raggiungerai mai il sapere del cuore.[3]

Ecco, per me questo pensiero di un altro maestro è stata la parola giunta nel momento più critico, quando ero definitivamente sul punto di trasformarmi nel camminatore di cui abbiamo parlato prima. Ho compiuto la scelta – non facile, come potete immaginare – di scrollarmi di dosso le vesti che avevo indossato fino a quel momento (e che non mi appartenevano) e di voltarmi, tornando nel bosco per ritrovare e riprendere il mio personale ed unico sentiero, in attesa di custodire la mia epifania.


Chiudendo questo discorso, che è stato anche uno sfogo con voi lettori che da tre anni mi seguite e che penso meritiate di poter ricevere, voglio proprio con esso fissare quei punti di cui ho parlato in apertura, partendo dalla mia esperienza recente per riprendere insieme questo percorso. La Radura, insomma, tornerà – ed è già tornata, a suo modo, in me – e voglio che si realizzi in quello spazio, quel luogo che ho sempre voluto fosse: certamente manterrà le sue linee guida che conoscete (es. le recensioni e così via) ma con un aspetto anche più personale, mettendomi in gioco in prima persona perché Radura Poetica è un segnavia importante del sentiero che percorro e percorrerò come viandante. Molte cose, molti progetti sono di là da venire e state certi che varrà la pena rimetterci in cammino insieme.

A presto, sperando di poterci incontrare ognuno sulla propria via.

Con affetto, Paolo.


[1] Da Presentazione di Pietro Chiodi in Martin Heidegger, Sentieri interrotti – Holzewege, «La nuova Italia» editrice, Firenze, 1968, p. IX.

[2] Ivi, p. X (grassetto mio).

[3] Carl Gustav Jung, Il Libro Rosso – Liber Novus, edizione studio, a cura di Sonu Shamdasani, Bollati Boringhieri, Torino, 2012 (grassetto mio).

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