LA SALITA DELLE COLPE
Si legga la poesia procedendo dal basso verso l’alto, affinché salga anche la lettura.
Non m’avvalgo di giudizio d’immonde
lotte, ridicole e infauste, che tr’aliti
sulfurei, che più non asfissiano, si fonde:
fosse vero non udir quei rauchi aneliti
di colpevoli ancor più sordi e decrepiti!
La subdola serpe sibila e primeggia
e anela sempiterna a coglier mela.
Menata d’inquieta smania, echeggia
contorta in spire, sì che per corruttela
vuol d’ambrosia col veleno far miscela.
Furba è la mano che dell’estraneo bene
fa preda e se n’approfitta compiaciuta.
Difetti, imprecisioni e inciampi l’oscene
scelte compongono; per cui all’insaputa
in esso fruga, l’usurpa e, beffato, saluta.
Si trova nel mezzo chi del proprio posto
non s’avvede; tanto vicina è la vetta
per abbandonare, le radici all’opposto.
Quale dilemma, oh tortura; in fretta
si strugge e la scalata gli è interdetta.
Chi non s’indubbia prima di salir rovina:
l’ingegno sproloquia della grandezza
e magnifici accenti, onde s’ostina
col parto deforme e con l’esattezza
vana, che vacilla in sua fermezza.
Tra i sussulti, non manca chi si ravvede,
per cui più di scorza si sviluppa molle,
per cui più che buio s’intorba e vede;
oppur chi scalpita pentito per tal zolle
levate timorose e apostrofa da folle.
Nessun’anima sarà presa in scherno:
queste crepe disfano la cattiva terra,
ove non si rugge, si fugge l’averno;
e che stranezza veder che il Sol erra!
tossisce e non scalda i cuori: li afferra.
SALUTO
Ti spegni in notte e per saluto m’ardi,
o Tu, che tra donne altre onesta incedi;
di lucente dì piacer riluce se pur tardi,
che stella sei più di quelle ove ti siedi.
Fiorisce il ver su vili labbri bugiardi;
di lagrime il corso sanza remedi
mantenente è agl’ingentiliti sguardi;
per null’ira in cuor ma d’umiltà cedi
Al petto ove servo parimenti spoglio
Amore. Ma a tal essenza divieti
a me s’ergon come monte o scoglio,
E or che freddo è il calor di pareti
e più s’oppongon calma e soglio,
io vo come terreo ai celesti segreti.
MINIERA
Invero, a me par che pari a miniera
la vita, sebben leggera,
un volto atro asconda; sì fittizia
come etereo soffiar stasi s’avvera;
ebben, dura e austera
s’obbliga a colmar l’imperizia
D’animo retrivo e ostile alla straniera
tenacia, sua chimera:
nello zelante piccone trova giustizia;
nell’evadere con lo scavo dalla galera,
che in origine barriera
s’era costruito, repelle l’esterna pigrizia.
Ci si perde, privi d’un filo che guida,
nella disamina delle proprie fatture:
è a soddisfar le premure,
che s’odono dal buco reticolate grida;
Ma un curioso sbirciare dalle fessure
per veder come si viva, chi sorrida,
rimane, omicida,
sì d’augurar al vacuo esser sciagure.
I testi di Giovanni Pasquali sono, senza dubbio, un tentativo ed un esperimento interessanti all’interno del flusso contemporaneo della poesia. La scelta di riprendere a piene mani la tradizione poetica trecentesca italiana e calarcisi fin dentro le ossa è un’operazione rischiosa, se non si porta con sé un contenuto vivo da diffondere al suo interno. L’autore riesce proprio a portare questo contenuto: c’è una soggettività decisamente moderna nel raccontare, in particolare nel primo (La salita delle colpe) e nell’ultimo testo (Miniera) le proprie – e comuni all’uomo d’oggi – discrepanze interiori avvolte, come detto, in forme arcaiche ed andando a creare una dissonanza inziale che tuttavia, procedendo nella lettura, si fa melodia unita e riconoscibile.
L’attenzione e la precisione tecnica tradizionale – dal sonetto che riprende il tema del saluto dantesco al sonetto doppio che attraversa la metafora della miniera – riesce dunque a legarsi sia a soluzioni metriche interessanti (ad es. la scelta di leggere il primo componimento “a salire”) sia a uno «sbirciare dalle fessure» del proprio animo, riproponendo in un linguaggio formale del passato le inquietudini legate all’oggi. Vedremo senza dubbio in futuro dove condurrà quest’esplorazione di forme da parte dell’autore.
- Paolo Andrea Pasquetti, 15 luglio 2024.
Un pensiero riguardo “Tre poesie di Giovanni Pasquali”