Tre poesie da Stella Romanza di Jacopo Di Lazzaro

Salvamore

 

Le fronde del ceruleo

Fra l’umido in fosse

A gonfiare queste corde rosse

M’era fatto in dolcezza.

Com’è bello il brillare

Negli occhi altrui

Del cipiglio da grande umore,

Com’è vero l’ardore d’astri danzanti

Ch’era in vece d’inquieti redenti.

E quel sovra sensibile lieto

Offre l’organo sublime

Che ci fa legioni leali

Di angeli.

Dedicata all’amore che diviene forma dell’eterno come nel mito di Filemone e Bauci ma anche a quanto questo somigli all’affetto supremo. Una dichiarazione dunque d’assenza di categorie maggiori o minori dell’amore stesso.


Fiero Fiore

 

Fiero Fiore

Impavesato d’occidente

Ti pestarono violente

Con travi da patriarca

Le ombre brutali.

L’onestà fraudolenta

Ha creduto d’insegnarti

Con sapore di sangue

A tradire il vivere da forti,

Ma nel ventre di morte si cova

Non so che sommossa nuova.

Dedicata a Mahak Hashemi e a quante e quanti lottano per la libertà.


Ascesi

 

Lasciati sparire

Codirosso impavesato

Nelle mani aperte di sorriso.

Lasciami sparire

Nel cielo accomiatato,

Fra l’acqua decorosa.

Poi ritrovami meraviglia

Oltre l’armadio illuminato

Nel tempo che il male ti veglia.

Che il viaggio tormentoso

Ci paghi in disimpegno

E fuori da un torace sgolato

Imparammo il vero:

Una sorte in pace di sogno.

Dedicata alla trascendenza dell’essere. Alla tristezza di un amico che parte e non torna. Al mestiere di dividere anzitempo la sofferenza in morte e vuoto e al contempo alla rifulgenza dell’inconoscibile.

Codirosso: piccolo volatile passeriforme.


Si potrebbe dire, leggendo le poesie di Jacopo Di Lazzaro tratte dalla sua raccolta Stella Romanza (Self publishing, 2023) e, oggi, ospitate qui all’interno della Radura, che la peculiarità della versificazione del loro autore risieda soprattutto nel saper intrecciare all’interno della narrazione poetica tempi diversi, cronologie lemmatiche e tematiche che si susseguono e fondono in un unico canto definito. A livello tecnico, senza dubbio, la cosa risulta evidente nell’accavallamento di termini a metà tra l’arcaico e l’aulico (o entrambi) in un ordito linguistico tuttavia che, nel suo insieme, non risulta tale: i versi mantengono la loro accezione di contemporaneità concreta mentre slegano al loro interno storie e immagini definite anch’esse a cavallo tra simbolo e storia, passato e presente.

Come si può leggere dalle note lasciate a margine dall’autore, negli spazi di ogni componimento il racconto riesce a compiere due movimenti contigui e che, ogni volta, si svolgono all’unisono: il passaggio da un piano specifico ad uno più generale e quello – cronologico, da una poesia all’altra o all’interno della medesima – da un’immagine del passato a una della contemporaneità. Così, la visione di un volatile diventa (come vuol da sempre il testo poetico) l’espressione di una condizione più universalmente sentita e condivisa ma, soprattutto, il racconto slitta da immagini mitologiche come quella di Filemone e Bauci a quelle della repressione nell’Iran odierno. Ciò che, ancora una volta, riesce a tenere questa diacronica linguistica, tematica e storica assieme è la melodia del canto, attentamente intrecciata: anafore, ripetizioni, rime e allitterazioni vengono diluite all’interno dei versi con l’intento non di uno sfoggio di abilità tecnica quanto, semmai, del far percepire il tentativo di annodare un filo comune da parte dell’io verso il lettore. La stessa forma grafica dei versi, irregolare e ondulata, non risente dello sfasamento sillabico da un verso all’altro proprio grazie alla fortissima continuità musicale che li trattiene e trasmette coralmente. In questo modo, il testo diventa un contenitore di storie avvicendate l’una con l’altra, nella prova di costruire uno sguardo che sappia ricordare e, quindi, unire le cose.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 18 dicembre 2024

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