Boris Ryžij – Il poeta che scriveva su una scheggia

Si potrebbe dire che Boris Ryžij (Čeljabinsk, 1974 – Ekaterinburg, 2001) sia passato attraverso la poesia russa contemporanea come la scheggia di una bottiglia di vetro, spaccata sul cemento di una strada di periferia: rovinando nel mondo, forse incapace di durare abbastanza – ma cos’è poi, abbastanza? – tuttavia tagliando e incidendo ogni cosa possibile lungo il suo pur breve cammino nella parola. Di quel taglio ne portava il segno perfino sul suo volto: la lunga cicatrice che scendeva dall’occhio fino alla guancia sinistra, frutto di un’incidente d’infanzia proprio con un vetro. Immagine concretizzata, metafora suturale di un dolore, taglio interiore che il poeta si portava dentro dai suoi primi passi nella vita:

Fin da bambino un dolore ho sognato,

come hanno i grandi: grosso, luminoso.

Beh, non lamentarti, l’hai trovato.[1]

Pare quasi che Borja (diminutivo di Boris, con il quale veniva spesso chiamato) abbia seguito il proprio sentiero nella poesia nel segno del contrasto costante: quello tra lucidissima autoironia e lancinante consapevolezza nostalgica del compiuto e ora disfatto, tra la laurea in geologia – seguendo le orme del padre – e le strade degli amati sobborghi della Russia provinciale, con le sue pitture umane degradate dalle quali non poteva distogliere lo sguardo, i sensi e sé stesso.

Volevo diventare un poeta,

ma di dubbi ne avevo più d’uno,

non guadagnano infatti i poeti

per  comprare fiori a qualcuno.

 

Così da ingegnere minerario

ho discusso la tesi con lode:

nei giardini d’autunno sul diario

non annoto né canti, né odi.[2]

La sua unica raccolta pubblicata in vita, … i vsë takoe…, … e così via… (San Pietroburgo, 2000) è stata pubblicata in Italia da Il Ponte del Sale in una prima edizione nel 2018 e in una seconda, riveduta e corretta, nel 2023 a cura di Laura Salmon, traduttrice dei testi dal russo. Se, sedendoci qui nella Radura, ci è data la facoltà di leggere le sue poesie lungo l’immaginazione di un cammino prodotto dalle parole dello stesso Ryžij, l’autore sembra averle composte e percorse arraffando vita, e ancora vita e vita ancora ad ogni angolo dello spazio vissuto (appunto, «Quell’autunno bevevamo troppo: / vino armeno, luce e rugiada»[3]) spinto da una corsa alla frammentazione vitrea del proprio corpo e della propria lingua. Il cammino di Borja è inciso, per sua stessa ammissione, da un sigillo, un presagio infausto da scontare cantando senza fermarsi, fino all’onda dell’urto:

Noi siamo invece, nel purpureo alone

dell’alba, schiere in estinzione.[4]

E, ancora:

Non ti resta che saldare i conti

e nell’ombra inoltrarti da vivo.[5]

Forse per questo, potremmo ancora soffermarci ad immaginare, il poeta cerca la continua costruzione di un alter ego eroico fatto di auto-sberleffi, capitomboli nel buio non richiesti da lui stesso («Il mio eroe si dilegua nell’ombra, / ma altri tre gli stanno alle spalle. / L’ho inventato perché, mi sembra, / senza eroe un poeta non sballa»[6]) ma reclamati da una tradizione che Ryžij supera con l’estro tipico solo del grande poeta. Ovvero, prendendo la lingua della strada e spalmandola con la propria saliva argentata sul metro, accettandone il rischio che di sé medesimo possa anche dire: «Leggo troppo, non vedo niente, / da un’altra lingua sono corroso»[7] ma salvando dalla corrosione costante di un tempo in continua caduta – il trauma generazionale, in primis, della fine dell’URSS e di un mondo irrecuperato nella sua stessa idealizzazione – una canzone di strada, un ritmo al quale potersi ancora avvicinare nonostante il poeta sembra quasi ossessionato dalla propria auto-sconfessione lirica, tra ironia e perdita pre-annunciata e/o preesistente:

Ho ucciso tre volte un uomo vero in poesia

e un giorno quello si leggerà nei miei versi:

il ghigno di un criminale sarà il mio addio,

tipo: “arte e vita son due cose inverse”.[8]

Ecco che, dietro ogni angolo della periferia industriale di Vtorčermet, in mezzo alle campagne degli Urali la tragedia per Boris Ryžij sembra sempre in agguato, fino ad acquattarsi stretta tra le pieghe della sua stessa poesia: «– Non c’è tragedia inevitabile alcuna, tu vivi / benone e la poesia è soltanto casualità, / non ineluttabilità. / – Ma qui sta appunto / la tragedia, l’ira dorata, la tenerezza. / Non c’è eternità, solo un’ora, un istante»[9]. In qualche modo, per Borja a un certo punto del proprio sentiero il proprio tempo deve essersi rotto, si è infranto in una moltitudine di schegge di vetro:

È un tempo grande, solido.

La clessidra però ha urtato

un misterioso gomito

e la sabbia si è riversata![10]

Cosa rimane, allora, dalla rottura imposta dall’urto? Il poeta decide che l’unico modo per continuare a poter dire, poter cantare in questo tempo scheggiato sia proprio abbracciandone a pieno i frantumi disordinati: scrivere con una punta ancora più affilata sulla superfice di ogni sua scheggia rimasta («[…] Da ora, / per comunicare nel nulla, / l’anima senza mediatore / potrà usare solo la penna»[11]), consapevole che la propria lingua, la propria voce possa tagliarsi, aprirsi rovinosamente sanguinando mentre incide a sua volta ogni contorno sul quale sbanda.


Non c’è possibilità di una dolcezza, un amore che sani la ferita una volta intrapreso tale sentiero. E Boris (pur desiderandola) ne è perfettamente cosciente nel dire proprio che «Manca tenerezza alla mia poesia, / ma io voglio che ci sia tenerezza:  […] con le guance incollate, ragazza, / noi due, come vecchi-angeli-bimbi, / vivremo soli nei nostri limbi: / tu singhiozzi, io rimo “singhiozza”»[12]. Ancora, un’auto-preclusione rivestita a priori su di sé perché non è possibile altra strada, non c’è altro distillato rovente da bere e riversare tra stomaco e fegato per poter sentire quello che per Ryžij c’è da sentire e trascrivere sulle uniche superfici cristalline che può conoscere, che bisogna sapere:

Nell’ampio atrio della stazione

da mezzanotte fino all’aurora

la fisarmonica con discrezione

suonava “ta-rà-ra, ta-rà-ra”,

 

per un lungo, eterno commiato,

per un perdono senza sollievo […][13]

Pure, in questo taglio costante, dalla parola del poeta russo emerge a volte l’abbaglio luminoso di un affondo, un colore che profuma di ricordo commisto a rimpianto che giunge, però, quasi col velo di un perdono per sé stesso ed il mondo («Affondano le mani oltre la nostalgia, / fiori rosa fioriscono in primavera»[14]). Ecco che, allora, quel sigillo posto sopra il capo, quella profezia di una caduta irreparabile nel buio riesce, attraverso la propria poesia, a colorarsi di una luce capace, alla fine di ogni cosa, delle fattezze angeliche di un abbraccio e, forse, di un riscatto sempre inseguito lungo il proprio volo nel tempo:

un angelo enorme, in un giorno nero

e assurdo, mi colpirà la coda,

come verde fiaccola m’involerò,

sbatterò sui lillà color lavanda.[15]

  • Paolo Andrea Pasquetti, 1 ottobre 2026

[1] Ryžij, 2015, 219 in Boris Ryžij … e così via…, a cura di Laura Salmon, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2023, p. 109.

[2] Ivi, vv. 5-12, p.41.

[3] Dall’album di fotografie, in Ivi, vv. 7-8, p. 13.

[4] Ivi, vv. 27-8, p. 21

[5] Ivi, vv. 17-8, p. 25.

[6] Ivi, vv. 1-4, p. 47.

[7] Ibidem, vv. 11-2, p. 47.

[8] Ivi, vv. 1-4, p. 99.

[9] Ineluttabile, tragica speranza in Ivi,  p. 116.

[10] Ivi, vv. 13-6, p. 55.

[11] Ivi, vv. 17-20, p. 47.

[12] Ivi, vv. 1-2 e 9-12, p. 79.

[13] Ivi, vv. 1-6, p. 59.

[14] Ragazzini in Ivi, vv. 1-2, p. 89.

[15] Ivi, vv. 17-20, p. 103.


Crediti immagine / Image credits: Авторство: Pieter Vandermeer. https://meduza.io/feature/2024/09/08/boris-ryzhiy-eto-i-est-devyanostye-segodnya-50-let-so-dnya-ego-rozhdeniya, Добросовестное использование, https://ru.wikipedia.org/w/index.php?curid=10865557

Il ritratto fotografico di Boris Ryžij è attribuito a Pieter Vandermeer ed è riprodotto in forma ridotta all’interno della grafica editoriale dell’articolo, a fini critici, biografici e di contestualizzazione dell’autore trattato. Fonte: Meduza / Wikipedia. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi titolari.

The photographic portrait of Boris Ryžij is attributed to Pieter Vandermeer and is reproduced in reduced form within the article’s editorial graphic, for critical, biographical, and contextual purposes related to the author discussed. Source: Meduza / Wikipedia. All rights belong to their respective holders.


Iconografia per viandanti:

  1. Archip Kuindži, Красный закат – Red Sunset, San Pietroburgo, 1905-8 ca.
  2. Victor Vasnetsov, Витязь на распутье – Knight at the Crossroads, San Pietroburgo, 1882.
  3. Michail Vrubel’, Шестикрылый серафим (Азраил) – Six-winged Seraph (Azrael), 1904.

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