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Leopardi e l’universo – Una prospettiva poetica sulle immagini del telescopio Webb

Se effettivamente le immagini dell’universo all’interno del quale ci troviamo catturate dal telescopio James Webb e pubblicate qualche settimana fa hanno suscitato in noi qualche effetto, di certo quell’effetto stesso non riguarda solamente l’entusiasmo e il plauso per una meta scientifica raggiunta, quanto piuttosto ha a che fare con la percezione di umanità che portiamo dentro e che viene plasmata dalla consapevolezza evocata ogni volta da immagini simili. Una caratteristica che da sempre contraddistingue noi umani su questa terra è, in effetti, quella spinta – che definirei poetica oltre e prima che scientifica – di puntare il naso all’insù e fissare lo sguardo in quella infinità di astri sopra la nostra testa chiedendoci cosa sono loro ma, soprattutto, cosa e dove siamo noi rispetto a loro. Personalmente, nel momento in cui ho visto le immagini dell’universo con le sue nebulose e galassie il mio pensiero è andato subito a chi, dello sguardo all’insù verso le stelle, ne ha fatto uno dei principali motori della sua poesia. Riprendo in mano i Canti di Giacomo Leopardi e scorrendo velocemente il Canto Notturno mi imbatto nel pastore che, seduto ad ammirare la luna sua interlocutrice silenziosa ed il cielo, canta:

   

[…] E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono? […] [1]

   

Ecco, non posso negare che le parole di Giacomo risuonano con una forza incredibile e, potremmo dire, senza tempo, accompagnandole alle immagini di quelle infinte galassie, stelle, soli e così a proseguire che si aprono in questi giorni di fronte ai nostri occhi. Forse perché Leopardi, nella sua da sempre chiarissima percezione dell’essenzialità delle cose dell’esistenza (un tema che sicuramente riprenderemo qui sulla Radura) aveva colto quel legame ontologico che lega l’essere umano all’universo di cui fa parte e agli astri che del secondo rappresentato il disegno poetico che viene colto dalla percezione del primo, ogni volta che esso alza lo sguardo sopra di sé. E questo legame ha a che fare, probabilmente, con quel senso di meraviglia abissale al quale segue un domandare titubante ma indispensabile, insopprimibile nell’animo: domandare per cercare di comprendere la natura di quel disegno spaziale, nella speranza che proprio in quelle lontane costellazioni di senso si nasconda la risposta sulla natura dell’uomo stesso che domanda («[…] dimmi: ove tende / questo vagar mio breve, / il tuo corso immortale?» [2]). Leopardi ci mostra così, con la semplicità essenziale della sua poesia, come il nostro rapporto con l’universo, il cosmo, sia sempre stato orientato inevitabilmente dal tentativo di capirci meglio, comprendere il nostro posto nel mondo e, soprattutto, le esperienze spesso dolorose che lo caratterizzano. Così per il pastore del Canto notturno la luna diventa l’astro più vicino di quel disegno profondo e ammaliante a cui poter chiedere incerto:

   

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir della terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia. [3]

   

L’uomo in qualche modo capisce di essere parte di quel disegno che osserva e, allora, cerca di leggere al meglio i dettagli che può cogliere ad occhio nudo (o con i propri mezzi tecnologici) per orientarsi in quella mappa cosmica e, di conseguenza, riorientare ogni volta la propria posizione non solo geografica, spaziale, ma ontologica all’interno di quel disegno stesso.


Tuttavia, è proprio in questo atteggiamento profondamente poetico, oltre che scientifico, che Leopardi scorge una possibile (poi storicamente realizzatasi quasi sin da subito) pericolosa china da percorrere che può portare l’uomo a credere, egoisticamente e scioccamente, di essere di diritto al centro di quel disegno cosmico, nonché anche il fulcro del suo senso. Il poeta di Recanati nella Ginestra si scaglia con veemenza e una certa dose di buon gusto ironico verso la maggior parte degli uomini del suo tempo – ma la critica potrebbe tranquillamente valere per i nostri giorni – che credono follemente che l’universo tutto sia stato fatto e ordinato ad uso e costume dell’uomo:

   

[…] Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle

O sono ignote, o così paion come

Essi alla terra, un punto

Di luce nebulosa; al pensier mio

Che sembri allora, o prole

Dell’uomo? E rimembrando

Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno

Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,

Che te signora e fine

Credi tu data al Tutto, e quante volte

Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro

Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,

Per tua cagion, dell’universe cose

Scender gli autori […] [4]

   

L’uomo, insomma, ha finito velocemente per credere di essere la ragione stessa insita nel disegno che osserva sopra la propria testa: ha smesso di domandare poeticamente spaesato per, al contrario, definire in modo certo e inossidabile verità antropocentriche, compiacendosi di una certa prassi scientifica. Leopardi dedica al problema dell’antropocentrismo rispetto all’universo buona parte della sua opera, forse perché capisce che non si tratta semplicemente di un atteggiamento accademico poco simpatico e incline alla conversazione, quanto piuttosto di una postura esistenziale che rischia di deviare (e puntualmente lo fa) terribilmente l’uomo dal rapporto reale che lo lega al mondo e, in questo caso specifico, ai mondi fuori dal suo. Così nelle Operette Morali Giacomo punzecchia spessissimo con profonda e geniale ironia la credenza oramai sempre più in voga tra gli uomini moderni di essere il centro di ogni cosa. Non a caso, ad esempio, riprende proprio la figura della luna che, dialogando con la terra, stavolta parla e risponde divertita al globo terrestre che pensa convintamente che i fenomeni naturali etc. che accadono su di lei siano esattamente gli stessi anche sul suo più piccolo satellite: «Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto» [5]. L’essere umano si è convinto allora che la natura stessa, in tutte le sue forme e realizzazioni, graviti intorno al suo stato, alle sue conoscenze etc. in particolare quelle scientifiche, delle quali sempre più gli uomini vanno fieri attraverso un uso esclusivamente tecnico e centrato solo su loro stessi. E proprio sulla distorsione della scienza che, in qualche modo, ha determinato questo sfasamento tra l’uomo e il disegno dell’universo che ora osserva e analizza freddamente e con un malcelato orgoglio autistico attraverso lenti sempre più potenti dei suoi cannocchiali, Leopardi si sofferma in un altro dialogo delle Operette, immaginando che un folletto e uno gnomo discorrano amabilmente a proposito della scomparsa dell’uomo sulla terra. Ecco, infatti, uno dei due sorridere in questo modo delle manie di grandezza dell’ormai estinta stirpe umana e delle sue grandi tecnologie:

   

Parimente di tratto in tratto, per via de’ loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d’anni, non avevano mai saputo che fosse al mondo; e subito lo scrivevano tra le loro masserizie; perché s’immaginavano che le stelle e i pianeti fossero, come dire, moccoli da lanterna piantati lassù nell’alto a uso di far lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende. [6]

   

E, subito dopo, ratifica con un’ultima smorfia divertita l’assoluta inconsistenza delle manie di grandezza dell’uomo di fronte all’immensità dell’universo: «E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare, e non hanno preso le gramaglie» [7]. L’altra faccia della medaglia nel voler essere i padroni – completamente centrati sul proprio ego umano – della geografia del cosmo, sembra suggerirci Leopardi, sta nell’inevitabile fatto di ritrovarsi prima o poi soverchiati dall’immensità impossibile da comprendere dentro le nostre carte, i nostri calcoli etc. dell’universo stesso salvo per poi scoprire, in aggiunta, di essere assolutamente irrilevanti al suo interno; un minuscolo granello che ancora cerca di orientarsi come l’umile poeta dell’inizio: solo che, in questo caso, lo scienziato orgoglioso farà esperienza più traumaticamente di una simile consapevolezza della natura delle cose attorno a lui. È, questo, proprio lo sguardo accorato e le parole preoccupate di Copernico al Sole, sempre nelle Operette, di fronte alla scoperta dell’eliocentrismo e delle conseguenze esistenziali che potrebbe avere sull’intera specie umana:

   

Considerate, illustrissimo, quel ch’è ragionevole che avvenga degli altri pianeti. Che quando vedranno la terra fare ogni cosa che fanno essi, e divenuta uno di loro, non vorranno più restarsene così lisci, semplici e disadorni, così deserti e tristi, come sono stati sempre; e che la Terra sola abbia quei tanti ornamenti: ma vorranno ancora essi i lor fiumi, i lor mari, le loro montagne, le piante, e fra le altre cose i loro animali e abitatori; non vedendo ragione alcuna di dovere essere da meno della Terra in nessuna parte. Ed eccovi un altro rivolgimento grandissimo nel mondo; e una infinità di famiglie e di popolazioni nuove, che in un momento si vedranno venir su da tutte le bande, come funghi. [8]

   

E nella risposta tagliente del Sole («E tu le lascerai che vengano […]» [9]) possiamo scorgere l’imbarazzo e il senso di vuoto assoluto che avvolge Copernico, rappresentate dell’animo puramente scientifico dell’uomo e di tutti quelli che, come lui, credevano di poter orientare l’universo verso di sé grazie alle proprie abilità tecniche. Nessun orientamento, ci dice Giacomo, piuttosto uno spaesamento ancora più abissale che rischia di far precipitate anche la mente più fieramente e orgogliosamente oggettiva nel buio più nero dello spazio (non solo esteriore, ma soprattutto interiore [10]). Di fronte all’uomo che pensa di essere «[…] un imperatore dell’universo; un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti […] e di tutte le cose» [11] l’universo risponde con la sua semplice ma ineludibile presenza, la sua infinita estensione che, una vola scoperta dei cannocchiali dell’uomo, getta chi li adopera di fronte alla propria inconsistenza rispetto all’immensità del cosmo stesso.


Se il nostro sguardo allora si affina sempre di più e, tuttavia, ci fa sentire sempre più piccoli e sperduti tra le nebulose e i quasar proiettati delle immagini sempre più avanzate che possediamo, come possiamo risolvere questo cortocircuito esistenziale tra spinta esplorativa e il disagio dispersivo che, spesso, ne consegue? Torniamo un’ultima volta, insieme a Giacomo, da dove abbiamo cominciato questo ragionamento, ovvero alla sua luna. Verso la fine del suo canto, il pastore rivolge queste parole al disco biancastro sopra di sé:

   

Forse s’avess’io l’ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna. [12]

   

Il pastore, che abbiamo visto rappresentare quello sguardo maggiormente poetico verso il disegno dell’universo che a stento riesce a scorgere, sembra esprimere qui una sorta di umile e timorosa felicità – ma tuttavia tale – di fronte alla consapevolezza del suo esistere all’interno di un ordine di cose così infinitamente più grande e impossibile da comprendere del tutto. In altre parole, la proposta che mi sento di fare da queste letture di Leopardi è quella di recuperare una prospettiva poetica di fronte all’esplorazione del cosmo che oggi sempre più è lanciata in avanti: i nostri strumenti tecnologici sono straordinari e ci permettono di osservare corpi celesti che mai prima d’ora avremmo potuto sperare di scorgere. In questo senso, allora, cerchiamo di legare all’osservazione tecnicamente straordinaria e lodevole delle immagini di un qualsiasi telescopio Webb l’emozione – poetica e, quindi, fortemente umana – di sentirci parte, certamente piccola, ma pur sempre una parte di quel disegno così profondo e affascinante. Ancora Leopardi, ancora con la luna e la terra che discutono tra di loro, ci offre forse la prospettiva poetica più bella di questo sentirsi parte dell’universo, senza però pensare di esserne il centro:

   

Terra. Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti?

Luna. A dirti il vero, io non sento nulla.

Terra. Né pur io sento nulla, fuorché lo strepito del vento che va da’ miei poli all’equatore, e dall’equatore ai poli, e non mostra saper niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un certo suono così dolce ch’è una maraviglia; e che anche tu vi hai la tua parte, e sei l’ottava corda di questa lira universale: ma che io sono assordata dal suono stesso, e però non l’odo.

Luna. Anch’io senza fallo sono assordata; e, come ho detto, non l’odo: e non so di essere una corda. [13]

   

Come i due astri che parlano sopra anche noi forse siamo parte di una musica cosmica della quale spesso, a volte per lontananza da una simile prospettiva e assorbiti da noi stessi, altre per semplice noncuranza, non siamo coscienti. Se esiste un rapporto più vivo e stretto tra l’uomo e la natura e, in questo caso, l’universo stesso, le immagini di quest’ultimo al contrario di farci sentire solamente sperduti possono invece ricordarci di essere una «corda», appunto, di quello spartito che si distende tra una stella e l’altra di fronte ai nostri occhi. Sta a noi, sembra dirci Leopardi con la sua poesia, sederci di fronte a quel disegno nel cielo e, osservandolo più o meno attentamente, sentirsene parte e provare – nonostante l’inevitabile senso di dispersione iniziale – una certa e timida felicità di essere consapevoli della nostra esistenza al suo interno. La poesia, in questo senso, ancora una volta svela la natura delle cose di fronte allo sguardo di chi ne fa uso e, in questo caso specifico, anche il legame di cui quest’ultimo è parte con esse, cosciente o meno: ogni volta che osserviamo cosa esiste sopra le nostre teste non dimentichiamolo perché potrebbe indicarci meglio il nostro posto nel mondo e, di nuovo, tra i mondi verso i quali guardiamo sempre più spesso.


[1] Giacomo Leopardi, Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia, in Canti, Bur Rizzoli e Mondadori Libri S.p.A., Milano, 2018, vv. 84-9.

[2] Ivi, vv. 18-20.

[3] Ivi, vv. 61-68.

[4] G. Leopardi, La ginestra, in Canti, vv. 180-93.

[5] G. Leopardi, Dialogo della Terra e della Luna, in Operette Morali, Rizzoli libri S.pA., 2016, pp. 197-8.

[6] G. Leopardi, Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, in Operette Morali, p. 162.

[7] Ibidem.

[8] G. Leopardi, Il Copernico. Dialogo, in Operette Morali, pp. 532-3.

[9] Ibidem.

[10] «Perché chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo […]» G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, Letteratura italiana Einaudi in Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Le Monnier, Firenze, 1921, pp. 137-8.

[11] G. Leopardi, Il Copernico. Dialogo, pp. 530-1.

[12] G. Leopardi, Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 133-8.

[13] G. Leopardi, Dialogo della Terra e della Luna, pp. 194-5.

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