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Franco Battiato – Avere cura

Dire addio ad un maestro è sempre una cosa difficile. Se poi si tratta di un autore come Battiato che ha scavato dentro ognuno di noi il compito non può che volgersi ad un umile saluto: così anche nella Radura, al centro del suo vecchio albero[1], appendiamo una corolla di fiori per il sentiero che il poeta ha saputo mostrarci durante la sua vita che ora avanza oltre:

Ti invito al viaggio

in quel paese che ti somiglia tanto

i soli languidi dei suoi cieli annebbiati

hanno per il mio spirito l’incanto […][2]

Se c’è infatti una caratteristica intrinseca alla poesia di Battiato che tra le altre lo contraddistingue, è proprio il suo invito ad aver cura delle cose, di noi stessi e degli altri che ci accompagnano nel nostro viaggio quotidiano. Tra le sue parole troviamo, probabilmente, l’immagine che un tempo il filosofo Martin Heidegger avrebbe descritto nel gesto del poeta che si fa custode della dimora dell’essere, dell’esistenza, la quale è proprio il linguaggio[3]: la parola che, se ascoltata, può condurci al nucleo di ciò che esiste oltre al superfluo che spesso lasciamo intrida la nostra vista sul primo. Le parole di Battiato allora ci invitano ad avere cura delle cose più minute, dei dettagli minori a cui però somigliano («come un filo d’erba / che si inchina alla brezza di maggio / o alle sue intemperie […] assomiglio»[4]) e tramite i quali possiamo acquisire un contatto più vero con noi stessi. Ciò ovviamente non è facile, e produce un punto di vista spesso ottenibile solo dopo un’attenta e sensibile strada percorsa nel nostro sguardo:

[…] E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare

l’alba dentro l’imbrunire.[5]

Si trova in esso allora la possibilità di poter completare noi stessi, accorgendosi di quanto siamo intimamente partecipi di un movimento che ha cura di noi: o meglio, scoprire che siamo già completi in virtù di esser parte al nostro interno di un’unità assoluta («[…] perchè sei un essere speciale / ed io, avrò cura di te»[6]). Spesso, semplicemente, ce ne dimentichiamo – a volte per lungo tempo – e proprio in questo frangente occorrono le mani del poeta per scavare attraverso la corteccia inspessita dal tempo della lontananza dal nostro centro interno, per recuperarci nonostante tutto. E i versi di Battiato vengono a ricordarci, risuonando, anche di questo ritorno in noi stessi, dell’avere cura di questo sentiero da cui nasce la richiesta ed il rapporto con quell’unità che riguarda – ognuno a suo modo – tutti noi:

[…] e non abbandonarmi mai

non mi abbandonare mai

perché la pace che ho sentito in certi monasteri

o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa

sono solo l’ombra della luce.[7]

Avere cura dunque. Il risultato è sempre un atto d’amore e comprensione verso noi e gli altri, di quelli che, appunto, spesso solo un anziano poeta che veglia accanto al luogo della nostra personale dimora interiore può ricordarci di fare («Ne abbiamo attraversate di tempeste / e quante prove antiche e dure / ed un aiuto chiaro da un’invisibile carezza / di un custode»[8]). Battiato, per tutti quello che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo, è stata proprio quella carezza memore della cura a cui ognuno di noi è chiamato verso di sé, per poi aprirsi al mondo, scovando la propria via spesso sfumata dalla distanza esistenziale che solo la parola di un custode come lui può colmare.

Così, forse, possiamo immaginare ora il nostro poeta camminare tra i sentieri cui ha sempre indicato tramite le proprie parole, percorrendoli cantando e ricordando:

Molte sono le vie

ma una sola

quella che conduce alla verità

finché non saremo liberi

torneremo ancora

ancora e ancora.[9]


[1] Inizio, qui su Radura Poetica.

[2] Ti invito al viaggio, F. Battiato e M. Sgalambro, in Fleurs, Universal Music Italia, 1999, vv. 1-4.

[3] Lettera Sull’«Umanismo», M. Heidegger, a cura di Franco Volpi, Adelphi Edizioni S.P.A., Milano, 1995, p. 31.

[4] Haiku, F. Battiato, in Caffè de la Paix, EMI, 1993, vv. 3-5 e 8.

[5] Prospettiva Nevski, F. Battiato, in Patriots, EMI Italiana, 1980, vv. 25-6

[6] La cura, F. Battiato e M. Sgalambro, in L’Imboscata, PolyGram, 1996, vv. 10-1.

[7] L’ombra della luce, F. Battiato, in Come un cammello in una grondaia, EMI Italiana, 1991, vv. 17-21.

[8] Lode all’inviolato, F. Battiato, in Caffè de la Paix, EMI, 1993, vv. 1-4.

[9] Torneremo ancora, F. Battiato, J. Camisasca e Royal Philarmonic Orchestra, in Torneremo ancora, Sony Music, 2019, vv. 21-6.

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